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Exploration

Un’elegia Baltica: le isole Åland e il relitto di “Nederland”

Il nostro poeta italiano della subacquea, affascinato dalla subacquea tecnica Andrea Murdock Alpini – o è il contrario? – tesse il racconto di un relitto Olandese affondato nelle acque del mar Baltico di ritorno dalla Russia. Murdock è andato fin lì per raccogliere gli indizi di questa storia e ricostruirla in chiave lirica, la bettolina è affondata più di cento anni fa in condizioni misteriose. Cosa deve fare un sub ‘naufrago’ se non raccontare le sue storie per immagini e parole?

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Testo, video e fotografie : Andrea Murdock Alpini .Header Image: Flavio Cavalli che illumina il lato di dritta del relitto del Nederland

Per leggere questa storia in inglese, clicca qui: A Baltic Elegy: Åland Islands and the Wreck of Nederland

Credo che siano passati una dozzina d’anni dal mio ultimo viaggio nel Mar Baltico.
Contandoli mi accordo che sono di più. In effetti sono una manciata in più: era l’estate di quattordici anni fa. Allora, da studente di architettura avevo organizzato un viaggio in Danimarca e Svezia alla ricerca di quelle composizioni scandinave che, per il rapporto che stringono con il paesaggio, sembrano essere nate dal lapis d’un antico greco.  

Dove il muro è paesaggio, di questo ero andato in cerca. Non mi separavo mai dal mio quaderno d’appunti, dalle dispense che preparavo per il viaggio ma soprattutto dalla mia macchina fotografica reflex con cui scattavo fotografie rigorosamente in bianco e nero a 400 ASA che, ogni tanto tiravo a 600 o anche 800. Mi piaceva vedere la grana della pellicola una volta che la foto era stampata. Non ho mai apprezzato le superficie lisce, così come le atmosfere o le persone, ho sempre preferito la ruvidità del mondo.

Qualche mese fa sono partito per Stoccolma, Svezia.
Là, di nuovo mi aspetta la nave che, questa volta mia accompagnerà fino a Mariehamn, la maggiore città delle isole Åland. Una volta approdato sulle isole finlandesi sarà compiuto il mio ritorno nel Mar Baltico. Me ne sono distaccato quasi tre lustri fa, e da allora non l’ho mai scordato. 

Questa volta non mi basterà bagnare l’involucro del mio corpo, le sue spoglie, vorrei scendere là sotto, fin dove mare e vento vorranno lasciarmi andare. Lo so, l’autunno bussa alle porte e il periodo è sbagliato, fa niente. Torno da studente di relitti con una passione per la ruggine, caligine. E già so che ritornerò. 

Dopotutto i relitti altro non sono che sepolcri di equipaggi, di storie di mare o di ingegneria e manifattura navale che il Mare custodisce nel tempo. 

Il porto di Mariehamn alle Åland

Arrivati all’imbarco della Viking, la nave che mi porterà alle isole Åland, inizia a schiarirsi il cielo. Sorge il sole e la luce stempera i colori, la temperatura resta la medesima. Una volta a bordo guadagno il decimo ponte, chiamato Sun Deck, un miraggio. Ancor più oggi. Il cielo si è fatto nero come il giorno di Pasqua e in lontananza strati di nubi riflettono il loro umore sui canali di Stoccolma. 

Alle sette e quarantacinque minuti le cime scivolano sulle bitte. 

La Viking ha mollato gli ormeggi: inizia la navigazione.

Due ore e mezzo dopo che abbiamo lasciato l’ormeggio arriviamo al punto in cui il Mar Baltico incontra il lago Mälaren. La vista finalmente si apre, l’orizzonte si amplia e con esso la superficie argentea di quel mare che ciascun popolo qui chiama con un nome diverso. Il Mare dell’Est per noi mediterranei porta il nome greco di Βαλτική Θάλασσα ovvero Baltiké thálassa, ma per le sue ataviche genti no, per loro si chiama Ostsee in tedesco, Östersjön in svedese oppure Østersjøen per i reali di Oslo, Itämeri nella lingua di Alvar Aalto, Østersøen per i danesi e Morze Bałtyckie per i polacchi. Per tutti questi popoli il Baltico è il Mare dell’Est, tranne per gli estoni che rappresenta il Mare Occidentale e lo chiamano Läänemeri oppure per i russi che lo appellano come Балтийское море, mentre per i lituani è Baltijos Jūra e infine per i lettoni che lo definiscono in modo non dissimile dai loro confinanti: Baltijas Jūra. Shakespeare direbbe: “Quella che noi chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe lo stesso profumo”, e in effetti è così. Questo mare poco salato, nero come la pece, poco profondo e abitato da pesci osteitti cela grandi storie di commerci e di naufragi dovuti a tempeste o difficoltà di navigazione per le migliaia di isole e isolotti affioranti che rompono le rotte. Il Mar Baltico conserva la memoria di lunghe battaglie, di sanguinose rivoluzioni di Zar, di indipendenze repubblicane ma anche storie di sommergibili russi. 

Pronto a tuffarti sul relitto di Nederland in una leggera giornata di tempesta

Il Baltico è un libro con ancora infinite pagine da scrivere. I suoi fondali celano relitti e conservano spoglie di marinai civili o militari, di passeggeri ma anche di culture oggi svanite e orgoglio di una nazione. 

“Prima che arrivino i rivoluzionari, prima che arrivino i Bolscevichi!”

Questo deve aver pensato il comandate della bettolina fluviale olandese che salpò nel mese di dicembre 1917 da Hanko, lembo finnico nella sperduta landa russa. Il “Nederland” barge aveva mollato gli ormeggi con le stive ricolme di pietra a spacco, destinata a lastricare le strade del regno dei polder governato dalla Casa d’Orange-Nassau. 

Ora a cent’anni dal naufragio, avvenuto il 18 dicembre 1917 al largo dell’isolotto di Marhällan alle isole Åland, nessuno è mai riuscito a spiegare perché una bettolina fluviale dalla chiglia piatta, priva di motore e con locomozione a vela avesse risalito il Mar Baltico per centinaia di miglia per recarsi nelle terre di ghiaccio. Quel che è certo è che l’equipaggio scampò alla Великая русская революция, ovvero la “Grande rivoluzione russa” dei Bolscevichi, ma condivise con l’imperatore di Ajaccio il fato che lo costrinse a piegarsi al Generale Inverno. 

“Così dicevi”, un giorno di dicembre, mentre una roccia del Baltico apriva una falla sulla chiglia della tua bettolina costruita nel lontano 1897 a Veendam nei Paesi Bassi.

“Ed era inverno / e come gli altri verso l’inferno / te ne vai triste come chi deve / il vento ti sputa in faccia la neve.”


Lentamente affondava la bettolina, oggi senza nome, ribattezzata “Nederland” che ha trovato il suo giaciglio secolare a meno ventidue metri di profondità, tra il sedimento del mare e qualche tana per halibut o merluzzi. 

La ciurma si salvò, trovando riparo sullo stesso isolotto che ne aveva determinato l’affondamento: Marhällan. Trenta ore più tardi, la nave SS Mira raccoglierà i naufraghi così che possano raccontare la storia del loro affondamento, ma non quella del motivo del loro viaggio. Nessun archivio o registro navale ha traccia di questa imbarcazione che si era recata nella terra degli Zar per caricare tonnellate di pietre. 

Oggi il relitto sta affondando sotto il suo stesso peso nel fondale del Mar Baltico.
Le stive affiorano appena. Strisciando ci si può infilare al di sotto di esse, lasciando che il proprio ventre sfreghi sulle pietre squadrate da mani tagliate dal gelo e bocche impastate di alcool, quest’ultimo elisir ampiamente ingerito per combatte la fioca noia bianca dell’inverno più che sorseggiato per gusto. La prua del “Nederland” assomiglia alla sua poppa, come in tutte le bettoline fluviali. Una grande ancora è posizionata a prua, in corrispondenza della murata di dritta, poco distante in posizione centrale, sulla coperta, si trova il possente verricello e poi un osteriggio cui fa capolino una scaletta che conduce sottocoperta. Lì ho provato a infilarmi, ma il fango ricopre tutto: è una melassa vischiosa che cela tutte le storie della nave che resteranno per sempre, lì dentro, sepolte.

Flavio Cavalli accende il portello a poppa del relitto del Nederland

In prossimità della poppa si trova coricata sul fondale la possente pala del timone. Dove lo scafo si conclude, prende forma un ramo di ellisse in cui si trovano due targhe lignee. Quella di dritta reca l’iscrizione “Nederland” per indicare la nazione di provenienza della bettolina, mentre la placca posizionata sulla sinistra, anche rimuovendo lo strato di mitili che la ricoprono, lascia il subacqueo avventuriero senza risposta alcuna: il nome è scomparso, eroso dal tempo.



Il giorno in cui mi sono immerso su questo relitto ho cercato qualche dettaglio che potesse aiutarmi nella ricostruzione della storia di questa imbarcazione fluviale. Dopo un’ora di fondo, trascorsa a filmare e cercare informazioni della bettolina, anche io come i miei predecessori, sono riemerso tra le acque verdi, cupe e nere del Baltico con la domanda: “Come si chiamerà?”.

Un’onda di un metro e mezzo mi ha tolto la vista sul faro, poi la corrente mi ha spinto lontano dallo scoglio semi affiorante che da i natali a onde voluttuose di schiuma bianca.
Botticelli avrebbe dipinto una Venere diversa se fosse stato quassù. Ne sono certo.

Il Baltico è catartico: “You want it darker / We kill the flame”.

Andrea Murdock Alpini si prepara per un tuffo Baltic’c

È giusto così, me ne vado anche questa volta con la necessità di tornare. 

Non ho finito il lavoro su questo relitto, devo tornare, a questo punto non è più una mia scelta ma una necessità. Tornerò e racconterò le storie di altre navi e altrettanti equipaggi. Dei loro viaggi e delle speranze finite sul fondo del Mar Baltico. La separazione è sempre un momento delicato, devi andartene o vuoi andartene ma allo stesso tempo, quando metabolizzi la decisione allora torna in te un velo di malinconia per quel che è stato. “Now so long, Mariehamn, it’s time that we began”, nelle assonanze canadesi ritrovo le parole adatte per descrivere la mia dipartita dalle isole finlandesi ma di lingua svedese. 

Domani sarà l’ora dell’imbarco tra le onde dell’arrivederci: “Here comes the morning boat / Here comes the evening flight / There goes Mariehamn now / To wave goodbye again”.


Andrea Murdock Alpini è istruttore tecnico TDI e CMAS di trimix ipossico, immersioni avanzate su relitti e in grotta o miniere. È affascinato dai relitti profondi, compie ricerche storiche, studi sulla decompressione al fine di realizzare filmati subacquei e scrivere report delle sue immersioni.Ha ottenuto la laurea magistrale in Architettura e un Master MBA in Economia dell’Arte. Andrea Murdock Alpini è inoltre fondatore del marchio PHY Diving Equipment. La sua vita ruota attorno all’insegnamento delle tecniche di immersione in circuito aperto, organizzare spedizioni subacquee, sviluppare attrezzatura per subacquea tecnica, organizzare conferenze e scrivere articoli e libri circa la sua filosofia di immersione su relitti e in ambienti ostruiti come miniere e grotte. Magenes Editoriale ha pubblicato il suo libro Deep Blue: storie di relitti e luoghi insoliti.

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Getting to the Bottom of the HMS Regent Mystery

Italian shipwreck explorer Fabio Bisciotti and his team have reportedly solved the mystery of the HMS Regent, one of four Rainbow-class submarines built for the Royal Navy, that was lost at sea during WWII and discovered 50 years later near the Puglia region of Italy. Au contraire! Bisciotti et al, have now identified the wreck as that of the Italian sub Giovanni Bausan, and subsequently located what appears to be the remains of the Regent near the port of Brindisi. InDEPTH managing editor Ashley Stewart reached out to Biscotti to get the deets.

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By Ashley Stewart. Images courtesy of Fabio Bisciotti and Michele Favaron.

The HMS Regent, one of four Rainbow-class submarines built for the Royal Navy, patrolled during World War II until she was lost at sea sometime in April 1943. 

There would be no news of the submarine for more than 50 years, until a research team proclaimed to have found the wreck in the Apulia region of Italy. But the Regent was lost once more when the site was declared by another team, including Italian explorer Fabio Giuseppe Bisciotti, to be instead a former Italian submarine once called the Giovanni Bausan.

Now, Bisciotti believes his team has solved the mystery of the HMS Regent once and for all, discovering a wreck with similar characteristics near the port of Brindisi. InDEPTH spoke with Bisciotti about the discovery and why he believes he’s found the wreck of the HMS Regent. Bisciotti previously spoke to InDEPTH about finding a sunken German WWII aircraft in the South Adriatic Sea. Edited for length and clarity.


Bisciotti’s report: English, Italian (Original)


How did your search for the HMS Regent begin?

We know during the war many submarines from the United Kingdom were lost here in the Adriatic Sea. From some combat diaries about some skirmishes in this area, we know we have various wrecks including submarines and one of them is the HMS Regent. We started this research with a unique objective to know the truth about this wreck.

Many years ago, a research team believed they found the HMS Regent. But after our research, we discovered it was an error. The previous research team believed they found the Regent in an area much farther north in the Apulia region in the Barleta area. The wreck in this area is not the HMS Regent but a former Italian submarine called the Giovanni Bausan. It was used after the arrival of allies in the south of Italy as an oil depot, renamed GR 251, without a conning tower or propellers, transformed into a big warehouse. We have documents from the National Archives in London that show American allies sunk this wreck in the same region.

How did you discover the wreck you now believe is the Regent?

We started developing some research and arrived in the real area where we believed the Regent was lost, quite south near the port of Brindisi. Thanks to the fisherman of the area and old witnesses, we discovered a story. 

Here, in the late afternoon on the 18th of April of 1943 — the exact day when the Regent was lost — in front of the seashore, it was heard a very big explosion. The next day, some oil and fuel formed four or five miles out in the open sea where it was believed a submarine hit a mine. By the reports of the Italian Coast Guard of that time, the bodies of four sailors were found in the days after the accident. The first was found in an area nearby Brindisi. A second body was found in the Missipezza area south or Brindisi, and two other bodies were found in the Otranto and Castro Marina areas. The bodies were found between eight and 25 days after the accident. You can imagine the condition of these poor guys, but it is believed one was a non-commissioned officer and the other three were simple sailors. They were surely submariners due to their uniforms, which were blue as British submariners.

After much time, we narrowed down the area thanks to the local fisherman, and found a very object in the water around 80 meters down. The area is quite dangerous due to quite strong drift, and the direction of the wind from the area would create the correct route to where the bodies were found.

Why do you believe this wreck is, in fact, the HMS Regent?

We found some particular points unique to British submarines. First of all, the hull of the wreck had the particular dimension and measurement that pointed to British design. Then, we arrived at the bow. The bow is of course upside down, but we found the area where the torpedo tubes were located. We found three on each side. Everybody knows, or at least wreck divers know, the bow section of a British submarine is unique in its class. A British submarine has a total of six torp tubes, instead of four like a German U-boat or Italian submarine. 

But, in the center of the wreck, it’s gutted and open. We are sure there were two explosions. The first explosion by a mine, on the left side, and a second explosion probably detonated by the ammunition store. Of the wreck’s 87 meters in length, the visible part is about 65 meters and the rest is under the mud. We were not lucky with the visibility and extensive damage, so we have small proofs but enough to say for sure this is a British R-Class submarine.

Tell us about the dive itself.

The diving operation was with two boats and the dive team, Michele Favaron, Stefania Bellesso, both of Acquelibere Sub Padova, and myself, with research from Giuseppe Iacomino, in partnership with the Italian Naval League. We arrived on the point  in the very early morning with my personal boat with Garmin. We already knew the wreck was there by previous scan. We set a lazy line on the seabed to mark the position. We prepared our equipment and cameras. The current was very, very, very strong. It’s not an easy dive, it’s very hard. It was hard to stay on the line but when we arrived on the wreck, the conditions were better and visibility was good. The wreck lies in about 75 meters/245 ft on the seabed, but the shallower part is at 57 meters186 ft. The dive was on open-circuit with 18-45 trimix as back gas, and 50% and 100% deco gasses. About 25 minutes bottom time and 45 minutes deco.

What’s next for your team?

We are involved with the Pentagon in the finding of some U.S. bombers ditched in the Adriatic sea and the finding of still-missing submarines nearby. We are also working with a university on the study and the maintenance of present wrecks and future projects. 

Fabio and his team published an extensive report about the discovery with the help of the Italian Naval League, which provided logistical support. Here’s an excerpt describing the dive:

“Operation N 41 has finally come to an end, the scout ENDURANCE sailed from Manfredonia on 20/05/2022 at 9.30 am to Villanova arrives on site at 15.00. The team, made up of Fabio Giuseppe Bisciotti and Giuseppe Iacomino immediately returned to the sea towards the REGENT point, thus ensuring the planned dive point for the following day. The diving team, composed of Michele Favaron, Stefania Bellesso and Fabio Giuseppe Bisciotti reached the diving point at 7.15 UTC +1. At the moment of the descent there is immediately a very strong cross current such as to force the team to use the treadmill line in order not to lose energy.

Touchdown of the wreck at an altitude of -60 meters where it was found that the body appears to be overturned by 180 with the rostrum cutting cables along the entire keel clearly visible.

The protuberance noted and photographed undoubtedly has the function of a cable-cutting rostrum. The design is typically English of R-CLASS  as the height of this rostrum is 11.5 inches, or 30 cm appropriately calculated with line. The entire body of the wreck has been shaped and the total length is 87 meters, which is the length of a R-CLASS submarine. The remaining models such as classes P, T, S, and U do not possess such dimensions (P) or design (T, S, U) such that they can be traced back to the rostrum studied. The photo taken at the stern shows exactly the rostrum and is completely identical to the drawing of the construction plans. Please note that only the R-CLASS possesses these characteristics. At the height of the gutted point, the rostrum appears strongly deformed due to the violent explosion of the mine.

The ovals shown in the photo do not belong to the turret as you might think but refer to the lower ventral band of the hull in the area between the waste oil recovery and batteries n. 2 and n. 3, exactly below the engine pistons. By looking in the construction plans they are easily identifiable and have been found exactly in the same area. As a first impression the HMS REGENT struck a mine on the left side which undoubtedly initiated a second detonation below the casemate of the 122 mm gun. The explosion did not disable the submarine but literally gutted it.

Currently, the possibility of penetration inside the wreck is excluded due to the structural impossibility of ensuring easy entry and exit. Further studies will be started later for the safety of the wreck itself.”

DIVE DEEPER

Operation Regent-Bausan Report by Fabio Bisciotti

Rapporto Regent-Bausan (Italian) by Fabio Bisciotti

InDEPTH: Surveying and Identifying a Sunken JU 88a German WWII Aircraft (2019) by Fabio Biscotti


InDepth Managing Editor Ashley Stewart is a Seattle-based journalist and tech diver. Ashley started diving with Global Underwater Explorers and writing for InDepth in 2021. She is a GUE Tech 2 and CCR1 diver and on her way to becoming an instructor. In her day job, Ashley is an investigative journalist reporting on technology companies. She can be reached at: ashley@gue.com

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