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LA VITA DI UN’ISTRUTTRICE SUBACQUEA ITALIANA AI TEMPI DEL CORONA

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad essere colpito dalla pandemia del Covid19.
Abbiamo chiesto all’istruttrice subacquea Cristina Condemi di Reggio Calabria, di condividere
la sua esperienza di subacquea in quarantena. Cosa deve fare un sub?

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di Cristina Condemi

Foto di Dario Condemi.

Tempo pessimo questo per parlare di sogni, di bellezza e di Mare? E che dire di quel regno che è la subacquea, un termine che apre un ampio range di significati per tutti coloro che la praticano? È impossibile riuscire ad allontanare la mente da questa pandemia e l’aumento del bilancio dei morti come la nostra inevitabile paura e il nostro buon senso, ci ricordano che dobbiamo stare a casa.

Tuttavia, un po’ alla volta, siamo riusciti a ritagliarci qualche ora nelle nostre ormai assurde giornate, per rintanarci ognuno nel proprio universo di passioni – che siano esse legate al mondo sommerso o alla terra sopra il livello del mare. Sognare è buon modo per affrontare questa situazione, un paradiso sicuro in un momento di così tale insicurezza. Allora proviamoci e sogniamo: è una delle poche cose che ci è ancora concessa e se lo facciamo non corriamo il rischio di sembrare superficiali o menefreghisti circa il Covid19 e tutto quello che sta succedendo.

Proviamoci allora e sognano nel miglior modo possibile e in qualunque momento, anche in questo preciso istante: io scrivendo le mie impressioni, le emozioni e i sogni di una subacquea italiana in quarantena nel suo appartamento di una città del sud Italia e voi leggendo queste mie parole. Ricordandoci sempre che le tempeste passano e allora potremo tornare a navigare, a tuffarci nel nostro Mare.

Lo Stretto di Messina è conosciuto per la Paramuricea clavata bicolore (Risso, 1826). Foto di Santi Cassisi.

Al momento in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, le nostre giornate sono dettate da notizie di quanto il diffondersi del virus sia in crescita o in decrescita. Ore scandite dal trovare cosa fare chiusi nelle quattro mura di casa per non pensare troppo alla tragedia che il mondo intero sta attraversando. Soprattutto qui in Italia. Soprattutto al nord del Paese, l’aerea che si trova al lato opposto dello stivale rispetto a dove mi trovo io, ma che non ho mai sentito così vicina come adesso. Siamo sempre in attesa di un bollettino che arriva ogni giorno, sperando sempre che il picco sia passato e che finalmente arrivi il momento in cui lentamente usciamo da quella che alcuni definiscono una “guerra”. Ma che guerra non è, non ci sarà un armistizio. Non basterà la volontà di deporre le armi affinchè tutto questo abbia una fine. E allora riponiamo tutte le speranze nel fare ciò che ci ripete l’ormai famoso slogan sdoganato da tutti: dobbiamo stare a casa.

Fronteggiare l’attacco del Covid-19 

Le nostre vite sono state totalmente stravolte ormai dai primi di Marzo, almeno qui al sud Italia. Le aree più colpite come la Lombardia, soffrono anche da prima. All’inizio non ci credevamo fino in fondo, molti pensavano si trattasse di qualcosa che fosse poco più di una semplice influenza mentre coloro i quali davano un peso maggiore alla faccenda, erano considerate allarmisti. E allora questo virus si è mostrato presto per quello che realmente è, scatenando una pandemia e costringendo tutti – nessuno escluso – a una quarantena inaspettata. Da quel momento, valori un tempo altamente considerati come potere e bellezza, non avevano più nessun peso. Ci siamo resi conto che non esistono confini, non esistono barriere che possano bloccare questa avanzata. Il virus potrebbe colpire chiunque, e nessuna somma di denaro né nessuna dogana possono fermare questa avanzata.

E noi come vediamo il Coronavirus? Qui in Italia ci fa paura, ormai a tutti. La sanità pubblica ha subito molti tagli negli anni e ciò che più ci inquieta è il non avere la possibilità e il diritto di essere curati tutti, se dovessero aumentare i contagi. Le sale di terapia intensiva in alcune aree sono totalmente sature, medici e infermieri che si trovano in prima linea fanno turni estenuanti, manca il personale, mancano i dispositivi di protezione. Non eravamo davvero pronti per affrontare una pandemia, ma speriamo che questa impreparazione possa in qualche modo servire da lezione.

Oggigiorno scene come questa sembrano quasi innaturali. Foto di Maurizio Marzolla.

Ci sono varie teorie su come tutto sia cominciato: quelli che potremmo definire “complottisti”, pensano si tratti di un virus creato inizialmente in laboratori militari e che poi sia sfuggito al loro controllo. I più ecologisti, indignati con ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, pensano che la Natura si stia ribellando e che cerchi una vendetta verso il genere umano come risposta per tutto lo stress e la sofferenza alla quale l’abbiamo costretta. Similmente, qualcuno sostiene che tali epidemie, prodotto dell’urbanizzazione sfrenata e globale, siano il risultato di un regime alimentare sbagliato. Questi ultimi individuano le cause del Covid-19 nel consumo di carne – in questo caso di maiale – proveniente da allevamenti intensivi. Dal loro punto di vista, dovremmo seguire uno stile di vita più salutare e smettere di pensare ad un ritorno alla “normalità”, perché è proprio quella normalità che avevamo prima che ci ha portato fin qui. E infine ci sono coloro i quali, ricordando epidemie passate con cui l’umanità si è già trovata faccia a faccia, credono che ci sia una sorta di inevitabile ciclicità. 

A prescindere da tutte le differenti opinioni sulla causa di questa pandemia, dobbiamo ammettere che una tragedia di tale portata è una triste novità per noi, qualcosa di inaspettato e mostruosamente enorme. E come tutti, anche io mi ritrovo a farci i conti, soprattutto in quanto appartenente a quella generazione che qui in Italia affronta non poche difficoltà, ma che mai ha vissuto una vera guerra, mai una vera carestia, figurarsi una pandemia mondiale. Forse è il male del nostro tempo e come tutti i mali, mi dico, prima o poi passerà. Speriamo almeno che ci stia insegnando qualcosa.

Il Belpaese

La bellezza dell’Italia e tutto ciò che contiene. Foto di
Giovanni Cotroneo.

Il nostro era quello che chiamavamo “il Belpaese”, ma che di bello adesso ha ben poco. Certo, restano pur sempre intatte le nostre magnifiche architetture, la nostra arte, la nostra storia e le nostre bellezze naturali e paesaggistiche, connesse anche con quel clima favorevole di cui godiamo. Ma che senso ha tutto questo per noi esseri umani, se non possiamo esserne fruitori? Che senso ha avere i musei ricchi di collezioni fondamentali da un punto di vista storico-culturale, se non possiamo più visitarli?

Non sto di certo pensando che sia giusta la loro riapertura in questo momento, ma penso che tutto questo patrimonio abbia come perso momentaneamente il proprio valore. In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

Penso anche a uno dei pochissimi aspetti positivi di tutta questa assurda situazione: il Pianeta che sta riprendendo fiato, che si sta un po’ rimettendo in forma da quell’impatto devastante che negli ultimi decenni l’uomo ha avuto su di esso. Notizia che non può non far piacere, soprattutto a chi ama la Natura sopra e sotto il livello del mare. E anche se non è una grande consolazione visto il dramma che stiamo attraversando, speriamo almeno possa essere un punto di partenza per una seria riflessione su come cambiare il nostro ormai devastante stile di vita.

Un momento di crescita sopra e sotto la superficie. Foto di Luciano Forti.

Anche se usciremo distrutti, devastati o totalmente incolumi da questa tragedia, le nubi sotto le quali adesso viviamo, verranno prima o poi spazzate via. E quel giorno torneremo a rispolverare quei quadri, riempire i nostri sguardi di bellezze artistiche e naturali, godere di ogni raggio di sole all’aria aperta. 

Nel nostro caso, torneremo ad ammirare le meraviglie del mondo sommerso, sperando che sarà un’esperienza ancora più emozionante dopo questa brutta pausa. Per adesso quello che possiamo fare è aspettare. Non come dei patriottici soldati ubbidienti ai quali un governo ha ordinato una quarantena attraverso dei decreti, ma come dei cittadini solidali e consapevoli che l’isolamento aiuta noi e salva anche gli altri. 

La condivisione di ciò che siamo

Affrontando queste lunghe giornate in casa, abbiamo corso il rischio di farci risucchiare dal vortice di una paura psicotica o dalla tristezza di sentirci dei prigionieri impotenti. Per sfuggire a questo senso di isolamento, alcuni hanno portato avanti atti di solidarietà: dalla “spesa sospesa” lasciata pagata al supermercato per chi fatica ad arrivare a fine mese, a chi ha cucito le mascherine – che in questi giorni sono introvabili – e le ha consegnate a chi ne ha bisogno.

E poi in molti abbiamo trovato la forza di andare avanti grazie alle nostre passioni, ci siamo fatti coraggio, pensando anche che avremo avuto molto tempo libero per dedicarci a quello che non eravamo riusciti a fare durante la nostra occupata e “normale routine”. Eccoci allora a cercare di continuare a seguire i nostri intressi, senza però poter varcare la soglia di casa. Perché le cose che possiamo fare adesso al di fuori dei nostri nidi domestici sono solo quelle ritenute strettamente necessarie. Niente passeggiate, neanche se da soli. E purtroppo, giustamente, niente Mare.

Inizialmente è stato particolarmente difficile: abbiamo provato come un senso di spaesamento, di privazione di tutto ciò che conta davvero. Forse legato al fatto di non esserci ancora totalmente resi conto della portata di questa tragedia, ci siamo trovati a pensare solo a quanto fosse ingiusto non poter andare avanti con la nostra vita, non poter vedere i nostri affetti, non poter amare, baciare, abbracciare. Gesti del genere adesso sono diventati delle armi.

Un momento per riflettere e concentrarci sulle gioie nascoste della vita. Foto di Federica Siena

Ci siamo ritrovati improvvisamente soli con noi stessi, bloccati in questo universo asociale, che almeno per me è del tutto nuovo. Perché la vita è condivisione, proprio come la subacquea. Fare un’immersione che cosa vuol dire in fondo se non condividere una magia? Certo, alcune didattiche ci insegnano che avere un compagno è una maggiore sicurezza, e io su questo mi trovo molto d’accordo (anche se può non valere per qualche tipo di immersione più “estrema”). Ma non mi riferisco tanto a questo.

Quello che intendo è la necessità che sentiamo di condividere questa esperienza con gli altri, con tutte le sue emozioni e le sue avventure. Anche chi è abituato a fare immersione in solitaria, in realtà ha comunque un team di supporto e si trova sempre a raccontare le sue esperienze ad amici subacquei, facendo conferenze, scrivendo libri, articoli o post, per fare partecipi gli altri delle sue scoperte. Ad ogni modo, anche in questo caso la condivisione è una parte importantissima di quell’esperienza vissuta apparentemente in solitudine.

Per quanto mi riguarda invece, sono una a cui piace immergersi con gli altri. Ogni qualvolta mi capita di vedere qualcosa in lontananza e indicarlo, la gioia è come dimezzata se mi accorgo di essere stata l’unica ad aver fatto quell’avvistamento. Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione.

Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione

Corallo Nero. Foto di Santi Cassisi

Il potere speciale di noi subacquei

Ricordo ancora l’unica volta che scesi da sola a 42-43 metri circa. Era in programma un’immersione con altri tre subacquei sulla Secca della ‘Mpaddata, a Scilla, un paese a circa venti minuti di macchina da Reggio Calabria, la mia città natale. Non mi offendo se non l’avete mai sentita nominare. Quando vivevo in Galles (UK) e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, erano molti quelli che non avevano la benché minima idea di dove fosse Reggio. E allora io cedevo a quell’unico modo che funzionava sempre: “l’italia è uno stivale, giusto? Io vengo da the toe of the boot”. E vi dico anche che la mia città, lo stretto di Messina e in particolar modo Scilla, sono il mio paradiso subacqueo.

Bene, nel giorno di quella immersione ci trovavamo a largo proprio di Scilla. Eravamo in gommone, stavamo navigando verso il sito di immersione e in quel momento mi capitò di pensare, come a volte accade, che quella non era giornata. Anche se non sapevo il perché, apparentemente non c’era un vero motivo. Arrivati sul punto prefissato, buttammo giù l’ancora e cominciammo a prepararci. Mentre mi vestivo e indossavo l’attrezzatura, mi accorsi di non avere il mio computer e allora a quel punto decisi che quello era per me il momento di abortire l’immersione. Sapevo che non avrei dato noia a nessuno, conoscevo i miei compagni, non mi avrebbero forzata né mi avrebbero fatto sentire alcuna pressione. Perché quello che mi hanno insegnato, che hanno pensato loro in quel momento – ne sono certa – e che ho pensato anch’io, è che un bravo subacqueo è anche quello che sa dire di no. Gli altri scesero, io rimasi in gommone con chi ci faceva da supporto barca quel giorno e tutto andò per il verso giusto.

Una volta terminata l’immersione, il gommonauta cominciò a tirare su l’ancora, ma si era incagliata. Dopo diversi minuti e diversi tentativi falliti, pensammo che qualcuno doveva scendere a disincagliarla o, meglio, avremmo potuto più saggiamente legare un gavitello alla cima per ritornare più tardi e fare qualche altro tentativo. Ma visto che io non ero scesa, non avendo azoto residuo in corpo e quella riluttanza ad immergermi era sparita, mi offrì volontaria. Indossai la mia attrezzatura ed entrai in acqua. Dopo un ultimo sguardo ai compagni in barca, scaricai il GAV, svuotai i miei polmoni e scesi lungo la cima.

Buoni compagni d’immersione e veri amici. Foto per gentile concessione di Cristina Condemi.

Arrivata sul fondo, vidi l’ancora incastrata dietro uno sperone di roccia. Provai a tirare un po’ di cima verso il basso per allentare la tensione e cercare di smuovere l’ancora. Mentre ero intenta a fare questa operazione mi capitò una cosa che spesso succede a noi subacquei. Forse non a tutti e non sempre, ma abituati a comunicare in un modo alternativo quando siamo immersi in un liquido dove le parole diventano inutili e incomprensibili, è come se fossimo capaci di amplificare le nostre percezioni. È come se avessimo un dono, la capacità di percepire delle cose, delle energie, delle presenze intorno a noi.

Vi giuro che non sto diventando matta. Non vi è mai successo? Avere la sensazione che alle vostre spalle ci sia qualcosa, voltarvi improvvisamente e trovarvi faccia a faccia con una meravigliosa creatura? Ho avuto modo di parlare di questa idea con persone che non mi hanno preso per una squinternata, anzi, si sono trovati d’accordo con me. E mi piace pensare che sia proprio un “potere speciale” che noi subacquei possediamo, una magia tutta nostra.

Tornando al momento dell’ancora, mi capitò esattamente quella sensazione, una presenza dietro di me, così mi fermai un attimo pur essendo parecchio indaffarata e mi girai. E cosa vidi? In quel preciso momento un’aquila di mare si stava dirigendo verso di me, forse incuriosita dalla mia presenza e dai miei movimenti sicuramente ai suoi occhi a dir poco buffi. Mi venne molto vicina, io provai a stare immobile e trattenni il respiro per evitare di spaventarla.

Un’aquila di mare come quella che volò sopra di me. Foto di Santi Cassisi.

Fu come se mi stesse puntando, ma lentamente. “Sorvolò” sopra di me, ad un palmo dalla testa e la seguì con lo sguardo. Fu un momento magico, grazie proprio a quelle sensazioni uniche che riusciamo ad avere noi subacquei – o alla pura e meno magica casualità, lascio a voi la scelta. Ma in quello stesso istante ho pensato a quanto avrei voluto che ci fosse stato qualcuno con me. Vedere la mia gioia rispecchiata negli occhi del mio compagno, in quelle grandi sfere blu spalancate che sorridono dietro la sua frameless, avrebbero reso questo momento ancora più memorabile.

Siamo animali sociali

E insomma, così è la vita: noi esseri umani forse necessitiamo di momenti di solitudine, di introspezione, di riflessione intima con noi stessi, ma siamo in fin dei conti degli “animali sociali” che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze con gli altri. E in questo periodo ce ne stiamo rendendo conto più che mai. Ne è prova il fatto che, figli del nostro tempo, costretti in quarantena passiamo molte ore al telefono, chiamando, scrivendo o videochiamando amici cari e quelli che non sentivamo da un po’. Viviamo molto il mondo dei social – parola non a caso – con le continue dirette di qualsiasi genere e tema.

Nel nostro caso, seguiamo apneisti e subacquei che raccontano di record e di scoperte. Usiamo applicazioni per parlare in videoconferenza di immersioni in grotta, di fotografia subacquea, o più in generale del Mare e delle emozioni che ci regala. Anche per chi non era così avvezzo al mondo di internet, ha ceduto, perché questo è il solo modo che abbiamo adesso per condividere. Ora più che mai, abbiamo bisogno degli altri, di incontrarci e non potendolo fare fisicamente, ci accontentiamo di quello che ci regala il farlo virtualmente attraverso uno schermo.

Qualcosa per cui sperare. Foto di Giovanni Cotroneo.

Inevitabilmente ci troviamo a parlare anche del virus e di come siamo arrivati a tutto questo. E riflettiamo anche su come sarà la fase successiva, quando si tenterà di riportare le nostre vite ad una “normalità”, per quanto ancora dovremo vivere con la paura di infettarci e infettare, ma anche speranzosi di qualche cambiamento positivo nelle nostre abitudini. 

Il pensare al dopo però, pur essendo anche questa in qualche modo una grossa preoccupazione, è una cosa positiva e può voler dire che ne stiamo venendo fuori. Viviamo anche dei momenti di solitudine e di introspezione nei quali facciamo un po’ il punto della situazione con noi stessi e ci chiediamo cosa ci manca davvero: i nostri amori, il lavoro e tutte quelle attività che siamo soliti svolgere con gli altri. Ma visto che questa è una rivista subacquea, sono certa che voi lettori capirete benissimo quando menziono quanto mi manca il Mare. 

Che sia voglia di tuffarsi ai tropici, nel mio amato Mediterraneo, negli Oceani o nei laghi. A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.

A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.


Cristina Condemi è un’istruttrice subacquea RAID ed un membro dello Scilla Diving Center. È nata a Reggio Calabria e il mare dello Stretto di Messina è sempre stato il suo ambiente naturale. Laureata al DAMS (Discipline dell’Arte, delle Musica e dello Spettacolo) dell’Università di Bologna, ha vissuto in Spagna e in Galles. Guida subacquea nel mare di Scilla dal 2014, accompagna subacquei di ogni livello alla scoperta di questi straordinari fondali e delle creature che li abitano, con un particolare riguardo per il rispetto di questo fragile ecosistema: un’attenzione che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi. Ecologista, vegana e animalista, pratica immersioni tecniche dal 2018, scrivendo in rete il racconto delle sue esperienze come subacquea.

Cave

No Direction Home: A Slovenia Cave Diving Adventure

Suffering from Covid lockdown, young, poetic Italian explorer, instructor, and gear-maker, Andrea Murdock Alpini, decided to take social distancing to the max! He packed his specially designed cave-van and set out on a three-week solo road trip to dive the water-filled caves lying beneath the Slovenian soil. His report and must-see video log, dubbed, “No Direction Home”—an homage to Martin Scorsese’s Bob Dylan docu—will likely satisfy those deeper urges for adventure. Did I mention the killer soundtrack? Kids don’t try this at home!

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Text: Andrea Murdock Alpini

Photo & Video: Andrea Murdock Alpini

Ecco la storia originale così com’è stata scritta in italiano

Author’s note: I do not encourage other divers to conduct solo diving. The trip and the dives described in this article were conducted after significant training and experience.

Ed.Note: Global Underwater Explorers does not sanction solo diving.

Freedom!

That was the feeling I had last June 2020 when I left my home to begin a journey alone. Caves, abandoned mines, alpine lakes, and a few wrecks—that was my plan for a great adventure.  

The first COVID-19 lockdown had been in place for a couple of weeks, and I was afraid of going out and meeting people. Social distancing left an open wound. I loaded my wreck-van with plenty of stuff to survive alone for a long month traveling amongst rivers, lakes, mountains, and forests, and I was ready to practice scuba diving. 

At that time, tourist travel was impossible in Italy or abroad—anywhere  in Europe—because the coronavirus had locked the borders. I asked an editor in chief from a magazine—one whom I am used to sending articles to—to prepare a couple of official invitation letters for customs. For my trip, I converted my wreck van into a cave van. It was fully equipped with a 300-bar air compressor, helium, oxygen, deco cylinders, twinsets of different sizes, gas booster, fins, mountain boots, tent, camp burner, and brand-new dry suits, as well as thermal underwear to be tested for my company PHY Diving Equipment. 

I remember the day well. I was thrilled as I crossed the border between Italy and Slovenia. I had been restricted to nothing but a 200 m/650 ft walk from my house because of the pandemic restrictions, but with an eight-hour drive, I was free to enjoy walking into wild nature all alone.

The mental switch was awesome, and unexpected. I did make just one phone call from abroad. I talked to an incredible Russian who was the first guy I met in a small rural village in Slovenia. He had emigrated some years ago, and now he welcomed travelers by sharing his farmstead. 

However, once I arrived on site, I was not very welcomed by  the weather; instead, I was met by heavy rain. After the storm passed, I went out walking and filming with my phone. I had decided to record all of the trip. As luck would have it,  the rain returned again, and it never left me for the entire duration of my trip (almost a month).

My tour was articulated throughout Slovenia, Garda Lake (Italy), Austria, and South Tirol’s Alps, Tuscany’s caves, and finally I reached the central part of Italy—Appenini mountains and their peaks. I planned to reach two mines, but heavy rains stopped my dream. Excluding Slovenia, where I slept in a traditional bed, I passed all my time living in my tent. Cold weather and storms were my constant companions. 

I managed to see  a ray of light for just a few hours, I never had any chance to dry my equipment, and I warmed up inside my van. Every night I slept only a few hours because of loud wind noise or strong rain storms. Day-by-day I grew tireder and more feeble. One day, three weeks after I left home, I was in South Tirol descending a mountain when I decided to conclude my trip, and I returned home safe.

The goal of my trip was to tell scuba adventures from the surface point of view where the water is only a part of the context and not the objective. I made a mini-series film composed of three chapters. Each one brings you inside the scene. What  follows here is the first episode of the trip.

Social Distancing Beneath The Slovenian Soil

The first day of cave diving in Slovenia was very tricky and full of adventures. I had no idea how the second day would go. 

I left my accommodations around 6 a.m., after a good breakfast of cereal, dark chocolate with black coffee, dried fruit, and tasty Italian Parmesan cheese. I could not see anything from my window because what had fallen was not simply rain; it appeared to be an awesome flood. My plan for that day had been delayed.

I think that most parts of dry caves are condemned for hundreds of kilometers. So, I decided to check the weather forecast and water level conditions in caves close to the Croatian border. It would mean driving about four hours to see for myself whether scuba diving was allowed. I didn’t have to remind myself, I was alone here.



Wheels were on the road and local conditions seemed quite good. I had checked the weather on my laptop and understood the risk. If I was lucky, I could dive; if not, I would have to drive back. I drove through Slovenia forest meeting no one. With less than an hour left to my destination, I came across an abandoned farm village, completely empty.

The dive inside Bilpa Jama was breathtaking. Now I was seated beside the cave shore preparing soup to warm myself. After a stunning solo dive, I was cold and wanted only to taste the peace of this magnificent place. While I was dipping  the spoon in my soup cup, I heard a faraway voice, a police woman calling me and asking me to stop eating and come quickly to her. 

After I did as I was asked, she started examining my passport, documents, and permissions. A few minutes later, a huge National Army truck reached us. The soldier had  an abnormal body shape, a man the size of a walking mountain in an Army uniform. Can you imagine how I was feeling in those moments?!

Well, in the end, everything went really well, and I now have a story to tell my grandchildren. 

Once the passport control was over, and they had checked that I did not cross  the border from Croatia to Slovenia illegally (customs was only a few hundred meters  from us), I had the chance to get back to my soup, which by then had turned cold. I warmed it up again, and I spent half an hour seated on a slippery stone covered with moss and lichens watching the beauty of the forest surrounding me.

On the way back to my accomodations in my cave van, I  played a new playlist. 

Four hours later, I approached my country lodge. I was really exhausted,  but I had to refill tanks and plan the next scuba diving days. Once I finished, I watched the forecast again. Unfortunately, it was growing worse, so I decided not to dive and instead get a surface break. Tomorrow I would drive, search, and catch info and GPS coordinates of caves. My tomorrow plans had turned into a sketching and surveying day. 

The Road To Suha Dolca 

I drove and walked for hours and hours, up and down the forest or on lonely roads in search of caves where I could return in winter or perhaps next year. During the last survey of the day, I watched a talented young guy playing a traditional concertina and thought, what a lovely atmosphere and a fitting way to close my hard-working day!


I decided to give a last gaze to Suha Dolca cave, my favorite one, on the way home. This was the third consecutive day I had arrived back at this spot. Observing it day-by-day, I tried to find the best moment to dive this cave.

Until now, it was inaccessible due to the strong flow. I wanted to dive here before leaving Slovenia. Tired and  driving slowly, I parked my van away from my accommodation. Since I had no lunch, I started feeling very hungry. A simple dinner was quickly served: dried fruits and a cup of hot noodle soup.

My ‘NO DIRECTION HOME’ trip was now at its peak. I had become a wanderer. I was alone in a wild country with, yes, an internet connection for historical research and checking the weather. That was the only technology I used. Aside from that, I lived simply. I walked, dived, wrote, and filmed my experience all with my mobile phone.

Rain was tougher than expected. I had hoped to stop for one day, not the two that it took. Following the surveys, the next day I started fixing my video equipment and saving photos and videos I had made on my hard drive.

I had too many ideas, no one clear till the end, and too many cave sketches and GPS points to reorganize; I needed a day to regroup. I just went out for a few hours to check Suha Dolca’s Cave conditions. On this day it seemed that the flow was getting more stable, and general water conditions were growing better. I had to be patient and wait one or two days more for the right conditions. I tried and failed to find a solution on my own, but the water always showed me the way. She told me to wait and to go back to where I came from. Step-by-step I walked the path again.  

The third video chapter of Slovenia Solo Cave Diving is the one I prefer, because I remember the indecision I felt, to stay or to leave. Solo trips are strictly linked to life’s decision.


The last day I was in Slovenia I left the accommodations and asked a new farmer, close to a different cave, if I could sleep inside his barn and dive the river hole on the following day. I was at the same place where I had dived the first day. He told me I could not stay in the barn due to the high risk of bears who live in the surrounding area. I jumped in my van again and I drove to the lake beside Suha Dolca’s Cave. 

I descended the path several times and brought all my scuba gear piece-by-piece. I decided to give myself a chance to dive my dream cave in the late afternoon. I had no other choice. Once I was inside the cave it was unbelievable, and I had a very nice dive even though I was really tired, and again I broke my light arms and camera housing. I resurfaced after the dive into a reed’s lake, which made me feel like a beaver.

I had conflicting feelings as I left Slovenia that same night after making a tricky and stunning dive. Bears, awesome forests, and rural areas were now all behind me. The cave-van played a new disc, I needed to shake off these feelings and look forward to my new goals: Garda Lake’s wrecks, South Tyrol’s stunning lakes, and finally Austria. In the country of green and wide grazing land I wish to dive surrounded by the amazing scenario of beautiful Alps mountains. 

At 9:30 PM I crossed the border again, and  Italy was straight ahead.


Andrea Murdock Alpini is a TDI and CMAS technical trimix and advanced wreck-overhead instructor based in Italy. He is fascinated by deep wrecks, historical research, decompression studies, caves, filming, and writing. He holds a Master’s degree in Architecture and an MBA in Economics for The Arts. Andrea is also the founder of Phy Diving Equipment. His life revolves around teaching open circuit scuba diving, conducting expeditions, developing gear, and writing essays about his philosophy of wreck and cave diving. Recently he published his first book entitled, Deep Blue: storie di relitti e luoghi insoliti.

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