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LA VITA DI UN’ISTRUTTRICE SUBACQUEA ITALIANA AI TEMPI DEL CORONA

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad essere colpito dalla pandemia del Covid19.
Abbiamo chiesto all’istruttrice subacquea Cristina Condemi di Reggio Calabria, di condividere
la sua esperienza di subacquea in quarantena. Cosa deve fare un sub?

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di Cristina Condemi

Foto di Dario Condemi.

Tempo pessimo questo per parlare di sogni, di bellezza e di Mare? E che dire di quel regno che è la subacquea, un termine che apre un ampio range di significati per tutti coloro che la praticano? È impossibile riuscire ad allontanare la mente da questa pandemia e l’aumento del bilancio dei morti come la nostra inevitabile paura e il nostro buon senso, ci ricordano che dobbiamo stare a casa.

Tuttavia, un po’ alla volta, siamo riusciti a ritagliarci qualche ora nelle nostre ormai assurde giornate, per rintanarci ognuno nel proprio universo di passioni – che siano esse legate al mondo sommerso o alla terra sopra il livello del mare. Sognare è buon modo per affrontare questa situazione, un paradiso sicuro in un momento di così tale insicurezza. Allora proviamoci e sogniamo: è una delle poche cose che ci è ancora concessa e se lo facciamo non corriamo il rischio di sembrare superficiali o menefreghisti circa il Covid19 e tutto quello che sta succedendo.

Proviamoci allora e sognano nel miglior modo possibile e in qualunque momento, anche in questo preciso istante: io scrivendo le mie impressioni, le emozioni e i sogni di una subacquea italiana in quarantena nel suo appartamento di una città del sud Italia e voi leggendo queste mie parole. Ricordandoci sempre che le tempeste passano e allora potremo tornare a navigare, a tuffarci nel nostro Mare.

Lo Stretto di Messina è conosciuto per la Paramuricea clavata bicolore (Risso, 1826). Foto di Santi Cassisi.

Al momento in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, le nostre giornate sono dettate da notizie di quanto il diffondersi del virus sia in crescita o in decrescita. Ore scandite dal trovare cosa fare chiusi nelle quattro mura di casa per non pensare troppo alla tragedia che il mondo intero sta attraversando. Soprattutto qui in Italia. Soprattutto al nord del Paese, l’aerea che si trova al lato opposto dello stivale rispetto a dove mi trovo io, ma che non ho mai sentito così vicina come adesso. Siamo sempre in attesa di un bollettino che arriva ogni giorno, sperando sempre che il picco sia passato e che finalmente arrivi il momento in cui lentamente usciamo da quella che alcuni definiscono una “guerra”. Ma che guerra non è, non ci sarà un armistizio. Non basterà la volontà di deporre le armi affinchè tutto questo abbia una fine. E allora riponiamo tutte le speranze nel fare ciò che ci ripete l’ormai famoso slogan sdoganato da tutti: dobbiamo stare a casa.

Fronteggiare l’attacco del Covid-19 

Le nostre vite sono state totalmente stravolte ormai dai primi di Marzo, almeno qui al sud Italia. Le aree più colpite come la Lombardia, soffrono anche da prima. All’inizio non ci credevamo fino in fondo, molti pensavano si trattasse di qualcosa che fosse poco più di una semplice influenza mentre coloro i quali davano un peso maggiore alla faccenda, erano considerate allarmisti. E allora questo virus si è mostrato presto per quello che realmente è, scatenando una pandemia e costringendo tutti – nessuno escluso – a una quarantena inaspettata. Da quel momento, valori un tempo altamente considerati come potere e bellezza, non avevano più nessun peso. Ci siamo resi conto che non esistono confini, non esistono barriere che possano bloccare questa avanzata. Il virus potrebbe colpire chiunque, e nessuna somma di denaro né nessuna dogana possono fermare questa avanzata.

E noi come vediamo il Coronavirus? Qui in Italia ci fa paura, ormai a tutti. La sanità pubblica ha subito molti tagli negli anni e ciò che più ci inquieta è il non avere la possibilità e il diritto di essere curati tutti, se dovessero aumentare i contagi. Le sale di terapia intensiva in alcune aree sono totalmente sature, medici e infermieri che si trovano in prima linea fanno turni estenuanti, manca il personale, mancano i dispositivi di protezione. Non eravamo davvero pronti per affrontare una pandemia, ma speriamo che questa impreparazione possa in qualche modo servire da lezione.

Oggigiorno scene come questa sembrano quasi innaturali. Foto di Maurizio Marzolla.

Ci sono varie teorie su come tutto sia cominciato: quelli che potremmo definire “complottisti”, pensano si tratti di un virus creato inizialmente in laboratori militari e che poi sia sfuggito al loro controllo. I più ecologisti, indignati con ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, pensano che la Natura si stia ribellando e che cerchi una vendetta verso il genere umano come risposta per tutto lo stress e la sofferenza alla quale l’abbiamo costretta. Similmente, qualcuno sostiene che tali epidemie, prodotto dell’urbanizzazione sfrenata e globale, siano il risultato di un regime alimentare sbagliato. Questi ultimi individuano le cause del Covid-19 nel consumo di carne – in questo caso di maiale – proveniente da allevamenti intensivi. Dal loro punto di vista, dovremmo seguire uno stile di vita più salutare e smettere di pensare ad un ritorno alla “normalità”, perché è proprio quella normalità che avevamo prima che ci ha portato fin qui. E infine ci sono coloro i quali, ricordando epidemie passate con cui l’umanità si è già trovata faccia a faccia, credono che ci sia una sorta di inevitabile ciclicità. 

A prescindere da tutte le differenti opinioni sulla causa di questa pandemia, dobbiamo ammettere che una tragedia di tale portata è una triste novità per noi, qualcosa di inaspettato e mostruosamente enorme. E come tutti, anche io mi ritrovo a farci i conti, soprattutto in quanto appartenente a quella generazione che qui in Italia affronta non poche difficoltà, ma che mai ha vissuto una vera guerra, mai una vera carestia, figurarsi una pandemia mondiale. Forse è il male del nostro tempo e come tutti i mali, mi dico, prima o poi passerà. Speriamo almeno che ci stia insegnando qualcosa.

Il Belpaese

La bellezza dell’Italia e tutto ciò che contiene. Foto di
Giovanni Cotroneo.

Il nostro era quello che chiamavamo “il Belpaese”, ma che di bello adesso ha ben poco. Certo, restano pur sempre intatte le nostre magnifiche architetture, la nostra arte, la nostra storia e le nostre bellezze naturali e paesaggistiche, connesse anche con quel clima favorevole di cui godiamo. Ma che senso ha tutto questo per noi esseri umani, se non possiamo esserne fruitori? Che senso ha avere i musei ricchi di collezioni fondamentali da un punto di vista storico-culturale, se non possiamo più visitarli?

Non sto di certo pensando che sia giusta la loro riapertura in questo momento, ma penso che tutto questo patrimonio abbia come perso momentaneamente il proprio valore. In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

Penso anche a uno dei pochissimi aspetti positivi di tutta questa assurda situazione: il Pianeta che sta riprendendo fiato, che si sta un po’ rimettendo in forma da quell’impatto devastante che negli ultimi decenni l’uomo ha avuto su di esso. Notizia che non può non far piacere, soprattutto a chi ama la Natura sopra e sotto il livello del mare. E anche se non è una grande consolazione visto il dramma che stiamo attraversando, speriamo almeno possa essere un punto di partenza per una seria riflessione su come cambiare il nostro ormai devastante stile di vita.

Un momento di crescita sopra e sotto la superficie. Foto di Luciano Forti.

Anche se usciremo distrutti, devastati o totalmente incolumi da questa tragedia, le nubi sotto le quali adesso viviamo, verranno prima o poi spazzate via. E quel giorno torneremo a rispolverare quei quadri, riempire i nostri sguardi di bellezze artistiche e naturali, godere di ogni raggio di sole all’aria aperta. 

Nel nostro caso, torneremo ad ammirare le meraviglie del mondo sommerso, sperando che sarà un’esperienza ancora più emozionante dopo questa brutta pausa. Per adesso quello che possiamo fare è aspettare. Non come dei patriottici soldati ubbidienti ai quali un governo ha ordinato una quarantena attraverso dei decreti, ma come dei cittadini solidali e consapevoli che l’isolamento aiuta noi e salva anche gli altri. 

La condivisione di ciò che siamo

Affrontando queste lunghe giornate in casa, abbiamo corso il rischio di farci risucchiare dal vortice di una paura psicotica o dalla tristezza di sentirci dei prigionieri impotenti. Per sfuggire a questo senso di isolamento, alcuni hanno portato avanti atti di solidarietà: dalla “spesa sospesa” lasciata pagata al supermercato per chi fatica ad arrivare a fine mese, a chi ha cucito le mascherine – che in questi giorni sono introvabili – e le ha consegnate a chi ne ha bisogno.

E poi in molti abbiamo trovato la forza di andare avanti grazie alle nostre passioni, ci siamo fatti coraggio, pensando anche che avremo avuto molto tempo libero per dedicarci a quello che non eravamo riusciti a fare durante la nostra occupata e “normale routine”. Eccoci allora a cercare di continuare a seguire i nostri intressi, senza però poter varcare la soglia di casa. Perché le cose che possiamo fare adesso al di fuori dei nostri nidi domestici sono solo quelle ritenute strettamente necessarie. Niente passeggiate, neanche se da soli. E purtroppo, giustamente, niente Mare.

Inizialmente è stato particolarmente difficile: abbiamo provato come un senso di spaesamento, di privazione di tutto ciò che conta davvero. Forse legato al fatto di non esserci ancora totalmente resi conto della portata di questa tragedia, ci siamo trovati a pensare solo a quanto fosse ingiusto non poter andare avanti con la nostra vita, non poter vedere i nostri affetti, non poter amare, baciare, abbracciare. Gesti del genere adesso sono diventati delle armi.

Un momento per riflettere e concentrarci sulle gioie nascoste della vita. Foto di Federica Siena

Ci siamo ritrovati improvvisamente soli con noi stessi, bloccati in questo universo asociale, che almeno per me è del tutto nuovo. Perché la vita è condivisione, proprio come la subacquea. Fare un’immersione che cosa vuol dire in fondo se non condividere una magia? Certo, alcune didattiche ci insegnano che avere un compagno è una maggiore sicurezza, e io su questo mi trovo molto d’accordo (anche se può non valere per qualche tipo di immersione più “estrema”). Ma non mi riferisco tanto a questo.

Quello che intendo è la necessità che sentiamo di condividere questa esperienza con gli altri, con tutte le sue emozioni e le sue avventure. Anche chi è abituato a fare immersione in solitaria, in realtà ha comunque un team di supporto e si trova sempre a raccontare le sue esperienze ad amici subacquei, facendo conferenze, scrivendo libri, articoli o post, per fare partecipi gli altri delle sue scoperte. Ad ogni modo, anche in questo caso la condivisione è una parte importantissima di quell’esperienza vissuta apparentemente in solitudine.

Per quanto mi riguarda invece, sono una a cui piace immergersi con gli altri. Ogni qualvolta mi capita di vedere qualcosa in lontananza e indicarlo, la gioia è come dimezzata se mi accorgo di essere stata l’unica ad aver fatto quell’avvistamento. Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione.

Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione

Corallo Nero. Foto di Santi Cassisi

Il potere speciale di noi subacquei

Ricordo ancora l’unica volta che scesi da sola a 42-43 metri circa. Era in programma un’immersione con altri tre subacquei sulla Secca della ‘Mpaddata, a Scilla, un paese a circa venti minuti di macchina da Reggio Calabria, la mia città natale. Non mi offendo se non l’avete mai sentita nominare. Quando vivevo in Galles (UK) e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, erano molti quelli che non avevano la benché minima idea di dove fosse Reggio. E allora io cedevo a quell’unico modo che funzionava sempre: “l’italia è uno stivale, giusto? Io vengo da the toe of the boot”. E vi dico anche che la mia città, lo stretto di Messina e in particolar modo Scilla, sono il mio paradiso subacqueo.

Bene, nel giorno di quella immersione ci trovavamo a largo proprio di Scilla. Eravamo in gommone, stavamo navigando verso il sito di immersione e in quel momento mi capitò di pensare, come a volte accade, che quella non era giornata. Anche se non sapevo il perché, apparentemente non c’era un vero motivo. Arrivati sul punto prefissato, buttammo giù l’ancora e cominciammo a prepararci. Mentre mi vestivo e indossavo l’attrezzatura, mi accorsi di non avere il mio computer e allora a quel punto decisi che quello era per me il momento di abortire l’immersione. Sapevo che non avrei dato noia a nessuno, conoscevo i miei compagni, non mi avrebbero forzata né mi avrebbero fatto sentire alcuna pressione. Perché quello che mi hanno insegnato, che hanno pensato loro in quel momento – ne sono certa – e che ho pensato anch’io, è che un bravo subacqueo è anche quello che sa dire di no. Gli altri scesero, io rimasi in gommone con chi ci faceva da supporto barca quel giorno e tutto andò per il verso giusto.

Una volta terminata l’immersione, il gommonauta cominciò a tirare su l’ancora, ma si era incagliata. Dopo diversi minuti e diversi tentativi falliti, pensammo che qualcuno doveva scendere a disincagliarla o, meglio, avremmo potuto più saggiamente legare un gavitello alla cima per ritornare più tardi e fare qualche altro tentativo. Ma visto che io non ero scesa, non avendo azoto residuo in corpo e quella riluttanza ad immergermi era sparita, mi offrì volontaria. Indossai la mia attrezzatura ed entrai in acqua. Dopo un ultimo sguardo ai compagni in barca, scaricai il GAV, svuotai i miei polmoni e scesi lungo la cima.

Buoni compagni d’immersione e veri amici. Foto per gentile concessione di Cristina Condemi.

Arrivata sul fondo, vidi l’ancora incastrata dietro uno sperone di roccia. Provai a tirare un po’ di cima verso il basso per allentare la tensione e cercare di smuovere l’ancora. Mentre ero intenta a fare questa operazione mi capitò una cosa che spesso succede a noi subacquei. Forse non a tutti e non sempre, ma abituati a comunicare in un modo alternativo quando siamo immersi in un liquido dove le parole diventano inutili e incomprensibili, è come se fossimo capaci di amplificare le nostre percezioni. È come se avessimo un dono, la capacità di percepire delle cose, delle energie, delle presenze intorno a noi.

Vi giuro che non sto diventando matta. Non vi è mai successo? Avere la sensazione che alle vostre spalle ci sia qualcosa, voltarvi improvvisamente e trovarvi faccia a faccia con una meravigliosa creatura? Ho avuto modo di parlare di questa idea con persone che non mi hanno preso per una squinternata, anzi, si sono trovati d’accordo con me. E mi piace pensare che sia proprio un “potere speciale” che noi subacquei possediamo, una magia tutta nostra.

Tornando al momento dell’ancora, mi capitò esattamente quella sensazione, una presenza dietro di me, così mi fermai un attimo pur essendo parecchio indaffarata e mi girai. E cosa vidi? In quel preciso momento un’aquila di mare si stava dirigendo verso di me, forse incuriosita dalla mia presenza e dai miei movimenti sicuramente ai suoi occhi a dir poco buffi. Mi venne molto vicina, io provai a stare immobile e trattenni il respiro per evitare di spaventarla.

Un’aquila di mare come quella che volò sopra di me. Foto di Santi Cassisi.

Fu come se mi stesse puntando, ma lentamente. “Sorvolò” sopra di me, ad un palmo dalla testa e la seguì con lo sguardo. Fu un momento magico, grazie proprio a quelle sensazioni uniche che riusciamo ad avere noi subacquei – o alla pura e meno magica casualità, lascio a voi la scelta. Ma in quello stesso istante ho pensato a quanto avrei voluto che ci fosse stato qualcuno con me. Vedere la mia gioia rispecchiata negli occhi del mio compagno, in quelle grandi sfere blu spalancate che sorridono dietro la sua frameless, avrebbero reso questo momento ancora più memorabile.

Siamo animali sociali

E insomma, così è la vita: noi esseri umani forse necessitiamo di momenti di solitudine, di introspezione, di riflessione intima con noi stessi, ma siamo in fin dei conti degli “animali sociali” che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze con gli altri. E in questo periodo ce ne stiamo rendendo conto più che mai. Ne è prova il fatto che, figli del nostro tempo, costretti in quarantena passiamo molte ore al telefono, chiamando, scrivendo o videochiamando amici cari e quelli che non sentivamo da un po’. Viviamo molto il mondo dei social – parola non a caso – con le continue dirette di qualsiasi genere e tema.

Nel nostro caso, seguiamo apneisti e subacquei che raccontano di record e di scoperte. Usiamo applicazioni per parlare in videoconferenza di immersioni in grotta, di fotografia subacquea, o più in generale del Mare e delle emozioni che ci regala. Anche per chi non era così avvezzo al mondo di internet, ha ceduto, perché questo è il solo modo che abbiamo adesso per condividere. Ora più che mai, abbiamo bisogno degli altri, di incontrarci e non potendolo fare fisicamente, ci accontentiamo di quello che ci regala il farlo virtualmente attraverso uno schermo.

Qualcosa per cui sperare. Foto di Giovanni Cotroneo.

Inevitabilmente ci troviamo a parlare anche del virus e di come siamo arrivati a tutto questo. E riflettiamo anche su come sarà la fase successiva, quando si tenterà di riportare le nostre vite ad una “normalità”, per quanto ancora dovremo vivere con la paura di infettarci e infettare, ma anche speranzosi di qualche cambiamento positivo nelle nostre abitudini. 

Il pensare al dopo però, pur essendo anche questa in qualche modo una grossa preoccupazione, è una cosa positiva e può voler dire che ne stiamo venendo fuori. Viviamo anche dei momenti di solitudine e di introspezione nei quali facciamo un po’ il punto della situazione con noi stessi e ci chiediamo cosa ci manca davvero: i nostri amori, il lavoro e tutte quelle attività che siamo soliti svolgere con gli altri. Ma visto che questa è una rivista subacquea, sono certa che voi lettori capirete benissimo quando menziono quanto mi manca il Mare. 

Che sia voglia di tuffarsi ai tropici, nel mio amato Mediterraneo, negli Oceani o nei laghi. A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.

A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.


Cristina Condemi è un’istruttrice subacquea RAID ed un membro dello Scilla Diving Center. È nata a Reggio Calabria e il mare dello Stretto di Messina è sempre stato il suo ambiente naturale. Laureata al DAMS (Discipline dell’Arte, delle Musica e dello Spettacolo) dell’Università di Bologna, ha vissuto in Spagna e in Galles. Guida subacquea nel mare di Scilla dal 2014, accompagna subacquei di ogni livello alla scoperta di questi straordinari fondali e delle creature che li abitano, con un particolare riguardo per il rispetto di questo fragile ecosistema: un’attenzione che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi. Ecologista, vegana e animalista, pratica immersioni tecniche dal 2018, scrivendo in rete il racconto delle sue esperienze come subacquea.

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Getting Back in the Water with Caveman Phil Short

With local diving slowly opening in the wake of the pandemic, InDepth caught up with British cave explorer and educator Phil Short to see how he navigated his post lockdown re-submergence. And what about those 14, 15, 16 month old oxygen sensors?

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by Michael Menduno

Header photo by Michael Thomas. Phil Short swims under Wookey Chamber 14.

With diving just beginning to resume in various parts of the world after what felt like an interminable shutdown, we thought it would be interesting to check in with some of our friends to see how they were approaching their return to the underwater world after such a long hiatus. 

British caver Phil Short sporting his colours. Photo courtesy of Phil Short.

Ironically, it’s been the longest that 51-year old British cave explorer, scientific diving officer, exosuit pilot, educator and film consultant Phil Short, principal of Dark Water Explorations Ltd. has been out of the water in his entire 30-year diving career. How did one of tech diving’s indefatigable pioneers plot his re-submergence, and what would he offer up to colleagues about to take the plunge? 

We chatted up Short just as he was booking his first dive project trip abroad; this is what the ardent caveman said.

InDepth: Maybe we can start with you explaining a little about the circumstances in the UK. I know you were on lock down as far as diving was concerned, and they are now in the process of opening up.

Phil Short: Basically, when the COVID-19 crisis began, the country went into lockdown for all nonessential activities. So obviously, any type of sport and recreation was included in that. And then, after about two months, they slowly started to reduce the restrictions, certainly for more normal activities and allowed certain sports to take place again. There was a lot of controversy over diving, because COVID-19 is a respiratory or lung-borne disease. So there was concern that it could create additional potential hazards with lung expansion injuries and embolisms.

In the UK, we have a group called the British Diving Safety Group, which is made up of various organizations including diving training agencies: the British equivalent of the Coast Guard, the Health and Safety Executive (HSE), which is our version of OSHA and the diving industry trade organization, and SITA (Scuba Industries Trade Association). I am a member, and we met to determine what the safest and most prudent, most expedited means were to get people back in the water. We consulted with the hyperbaric medical community, COVID-19 related medical experts, the agencies with the authorities that control charter boat operations, and with the HSE. 

The first permissions were for small groups. Basically, you and one buddy could do shore dives. We adopted recommendations by the NSS-CDS as to how gas sharing should take place, and safety or S-drills so you are not breathing from each other’s equipment. 

So when did you go diving?

As a member of the BDSG committee, I was very diligent not to go in the water until the evening we announced that it was permissible to go beach or shore diving. The next morning, 28May 2020, I left my house at 4 AM to go and do a beach dive on a landing craft from the second world war, a genuine World War II wreck. I descended at 6:23 AM and it was just heaven because I had been out of the water for 86 days because of the restrictions. And it was just great to get back in.

Where did you make your last pre-COVID-19 dive? 

My previous dive had been on the island of Lanzarote in the Canary Islands off of West Africa teaching a trimix rebreather class. It was a 93m/303 ft dive. I got on the plane, flew home, and the lockdown started almost immediately. And then 86 days later, I was doing a 12m/39 ft dive off the beach in the UK. It was my longest break in diving in the 30 years I’ve been in the industry.

The Wreck of P&O Liner Salsette off U.K South Coast 12th July 2020 (Post COVID Lock Down.) Photo by Marcus Blatchford.

Let me ask you, did you have a conscious strategy or approach to getting back in the water? You didn’t start back in at 90 meters.

Yes, it was conscious. Certainly rebreathers, it’s not just like riding a bike. You do need to keep current. I recommend to my students to be doing at least one skill dive on the rebreather per month, minimum, to maintain currency. 

So I decided that for the first dive, once the permissions had been given, to go make the beach dive on doubles. I’ve got a nice little twin 8.5L set that’s small enough for walking over the beach. It still had the redundancy, but it was simple scuba and a simple depth of just 12m/39ft. Basically, the first thing I did when I got in the water was descend just a few feet and made sure that I was proficient with doing a shutdown and isolation drill on the doubles. 

Then I went for the dive on a good nitrox with a long no-decompression time and surfaced way before I was getting anywhere near decompression. I took it gently. First time back in 86 days, I took it gently, and then over the last six or seven weeks, I’ve started to build up from there.

I know you’ve talked and probably compared notes with colleagues and other divers. Do you think people there are approaching getting back in the water sanely or is it a bit of a madhouse? How would you characterize things in the UK?

I would say, as often happens, it’s mixed. So, based on recommendations of the agencies and their instructors, the majority of people are getting back into it gradually like I did myself. But there’ll always be those who say, “Oh, I’m a good diver. I don’t need to do that. I’ve not been allowed to dive for two or three months. I want to go do what I want to do.” And they go straight out and do a 50 or 60m dive, which I think is just foolish. 

Even ignoring the COVID-19 situation, if you were out of diving because of having a kid, or experiencing a job change or anything like that, or after a big layoff, I think it would be prudent to get back in gently and then slowly build up. So, my first dive was shallow with open circuit doubles. My next dive was a very limited penetration, shallow cave dive on open circuit, side mount, again with redundancy. A no-decompression dive but back in my natural environment of caves for a little swim around. 

Wookey Hole Cave (The birthplace of cave diving) at the base of the Mendip Hills U.K. (Post COVID Lock Down). Photo by Michael Thomas.

Gradually over the weeks, because I had better access to caves than I did to the sea, I did more and more cave dives and slowly built up in duration and distance, but still on open circuit. I then got permission from the owner to access one of the inland lakes, and we did some pre-official opening work for the owners of the site. I got back in on the rebreather but again, no-decompression, relatively shallow, no more than 30m/100 ft. Next, I integrated stages and my DPV (diver propulsion vehicle). 

My first teaching was a Level one, Mod One rebreather course that I team-taught with a fellow UK instructor. It was a perfect way to get back in gently because we were running 10 hours over 8 to 10 dives of constant skills for the students. So that was a real refresher. And then finally last weekend, a group of us that had all been doing that type of gradual build up got out on a boat off the south coast of the UK, on a 33 m/108 ft deep wreck on Saturday. On Sunday, we dived a very well-known wreck, the SS Salsette, in 45 m/147 ft of water in beautiful conditions. Calm sea, good visibility, and a real wreck. So I had made a gradual buildup over seven or eight weeks to get to that point, rather than jumping straight back in.

Sweet. You mentioned rebreathers (CCR). Currently, there is a global shortage of oxygen sensors underway as a result of the pandemic. Oxygen sensors are being diverted to the medical industry, which is under siege right now from COVID-19. Any concerns or worries that people will go diving with out-of-date cells? Do you think that’s an issue? 

It definitely concerns me. I’ve been a CCR instructor at all the levels, almost exclusively for the last 15 years, and I’ve seen people go out and happily spend five, six, seven, 10,000 pounds on a brand new rebreather and the training and then go out and be cheap on a £16 fill of Sofnolime or a £16 fill of oxygen. And you’re like, what are you doing? You paid £10,000 for this equipment and you’re risking your life on a £16 refill of consumables? People are so desperate right now to get back to their hobby; they feel like it’s been taken away from them, that I worry they may not always act sensibly. 

Short checking the oxygen sensors on his rebreather. Photo courtesy of Phil Short.

It’s been a battle over the last five or six years to get people to really wake up and pay attention to the fact that these sensors are your life support. There was a very high-profile accident that was caused by overrun sensors a few years back with a quite-well-known person in the industry. He effectively died on the bottom, was rescued by his buddy, then was helicoptered to the hospital where he was put into an induced coma. He came out of it several days later and he was very, very lucky to survive. And very, very lucky to come back to actual diving again. But that was all caused by old, overbaked sensors. 

So what do you see happening?

I think what’s going to happen, you know, is that some people ran out of fresh sensors a couple of months ago so now it’s 14 months, 15 months, 16 months. And some may be thinking, “It’ll be okay, it’ll be okay. They’re reading fine, they’re working fine.” Some people might be doing linearity checks, doing oxygen flushes at 6 m/20 ft to check if they read high when appropriate. 

But really, the companies like AP Diving, JJ-CCR, Vobster Marine Systems, and others have put a lot of time, a lot of effort, and a lot of money into researching and independently testing these life-support machines for functionality, with certain parameters. Much like car manufacturers do so you can drive your family and your kids in a safe car. [Hammerhead CCR developer] Kevin Jurgenson summed it up once brilliantly when he put out a statement saying, ”Okay, people are questioning the duration that a sensor can last. Some people would say 12 months. Others would say 52 weeks. Some would say 365 days.” And he carried on to include hours, minutes etc. Basically saying, a year is a year. Whichever way you try to stretch it, it’s a year. No more.

Personally, I would not violate that because those three simple galvanic fuel cells that represent probably somewhere between $200 and $300 depending on the manufacturer and the unit, representing a tiny percentage of the expense that I’ve outlaid to become a rebreather diver, is not worth my life. 

As I mentioned, I am now back on my rebreather after starting on open circuit, and if my sensors eventually pass their 12-month date, I’m very happy to return to open circuit for as long as I have to while I wait to buy some new cells. 

I have always believed in my educational career of thirty years in the diving industry to lead by example. Those are my feelings. I know from experience when you make comments like that, and it’s effectively the same as raising your head above the trench in a warfare situation. People are going to take shots; but bring it on. If you’ve got a sensible, scientific argument for extending your cells past 12 months, then I’m happy to discuss it. But I don’t think there is one.



So the moral is, if you have sensors that are past either one year, 12 months, 365 days, 8760 hours, 525,000 minutes, or 31.5 million seconds, then you need to go back to open circuit, or not dive until you can get some new ones?

I believe so. The manufacturers whose rebreathers I have dived and taught on over the last 10 years are people that were passionate about rebreather safety. And much like [Sheck] Exley, who focused on improving cave training and cave safety by writing Basic Cave Diving: A Blueprint for Survival, these manufacturers—people like Martin Parker at AP Diving and Jan Petersen at JJ CCR have gone the extra mile to improve safety.

You know full well from the aquaCORPS days, if you look at the safety record of CCR diving now, versus 15 years ago, we made a difference. It has become safer. Why ruin it, because of impatience and a short-term, relatively short-term, restriction on availability of consumables?

Right. In fact, I have talked to Nicky Finn at AP and also Jakub Sláma at Divesoft who have been in touch with sensor manufacturers regarding shortages, and it seems that the situation may be stabilizing and or easing up, assuming we don’t have a second wave of COVID-19 infections. So hopefully, the situation will improve.

Actually, I’ve heard that from several manufacturers, and I think it will improve quicker than was first anticipated. And that’s even more of a reason for not doing anything foolish and being a little bit patient with this to be safe.

Last question: What’s next for you? Got any big projects coming up? 

I just booked my first flight to travel out of the UK again. This time to Croatia. I’m going to be designing and building a water dredge system for recovering and capturing sediment on an archaeological site for a project that we are going to do in October. This is a follow-up project from one we did in 2017 to recover a US World War II pilot from a wrecked B24 bomber that ditched in the Adriatic Sea. We’re going back to do another recovery on a different wreck. 

The dredge system will be designed to work at the appropriate depth level so that we can basically recover the sediment without losing anything. Specifically, we’re not going to miss any of the crew that are found through that dredging. So, I’ve got a 10-day trip to build that system, test it in the same depth of water, and have it ready for the project. 

“Short suiting up at Woods Hole Oceanographic Institute (WHOI) for Nuytco Exosuit pilot training ” Photo by Ed O’Brien, WHOI diving safety officer.

When I come back from that, I’m flying out to Switzerland to train on the Divesoft Liberty sidemount with a good friend and former student of mine, Nadir Quarta. It will be my first sidemount rebreather. I’ve got no intention of moving away from my JJ as my primary rebreather, but I’ve got quite a few cave projects that require a side mount that I can’t do in my back-mount JJ. They don’t offer a sidemount, and because of distance and depth, I can’t do it on open circuit. I put a lot of thought into which unit to use, and am very impressed with Divesoft’s engineering and build. They’re also very courteous and professional to deal with. I like working with people like that.

After training, I plan to attend a Swiss technical dive conference, Dive TEC! in Morges as a speaker, where I will be talking on my 30-year journey as a cave diver and explorer.

Fun times ahead! Thank you, Phil. I look forward to talking to you again soon.

Thank you!


Michael Menduno is InDepth’s executive editor and, an award-winning reporter and technologist who has written about diving and diving technology for 30 years. He coined the term “technical diving.” His magazine “aquaCORPS: The Journal for Technical Diving”(1990-1996), helped usher tech diving into mainstream sports diving. He also produced the first Tek, EUROTek, and ASIATek conferences, and organized Rebreather Forums 1.0 and 2.0. Michael received the OZTEKMedia Excellence Award in 2011, the EUROTek Lifetime Achievement Award in 2012 and the TEKDive USA Media Award in 2018.

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