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LA VITA DI UN’ISTRUTTRICE SUBACQUEA ITALIANA AI TEMPI DEL CORONA

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad essere colpito dalla pandemia del Covid19.
Abbiamo chiesto all’istruttrice subacquea Cristina Condemi di Reggio Calabria, di condividere
la sua esperienza di subacquea in quarantena. Cosa deve fare un sub?

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di Cristina Condemi

Foto di Dario Condemi.

Tempo pessimo questo per parlare di sogni, di bellezza e di Mare? E che dire di quel regno che è la subacquea, un termine che apre un ampio range di significati per tutti coloro che la praticano? È impossibile riuscire ad allontanare la mente da questa pandemia e l’aumento del bilancio dei morti come la nostra inevitabile paura e il nostro buon senso, ci ricordano che dobbiamo stare a casa.

Tuttavia, un po’ alla volta, siamo riusciti a ritagliarci qualche ora nelle nostre ormai assurde giornate, per rintanarci ognuno nel proprio universo di passioni – che siano esse legate al mondo sommerso o alla terra sopra il livello del mare. Sognare è buon modo per affrontare questa situazione, un paradiso sicuro in un momento di così tale insicurezza. Allora proviamoci e sogniamo: è una delle poche cose che ci è ancora concessa e se lo facciamo non corriamo il rischio di sembrare superficiali o menefreghisti circa il Covid19 e tutto quello che sta succedendo.

Proviamoci allora e sognano nel miglior modo possibile e in qualunque momento, anche in questo preciso istante: io scrivendo le mie impressioni, le emozioni e i sogni di una subacquea italiana in quarantena nel suo appartamento di una città del sud Italia e voi leggendo queste mie parole. Ricordandoci sempre che le tempeste passano e allora potremo tornare a navigare, a tuffarci nel nostro Mare.

Lo Stretto di Messina è conosciuto per la Paramuricea clavata bicolore (Risso, 1826). Foto di Santi Cassisi.

Al momento in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, le nostre giornate sono dettate da notizie di quanto il diffondersi del virus sia in crescita o in decrescita. Ore scandite dal trovare cosa fare chiusi nelle quattro mura di casa per non pensare troppo alla tragedia che il mondo intero sta attraversando. Soprattutto qui in Italia. Soprattutto al nord del Paese, l’aerea che si trova al lato opposto dello stivale rispetto a dove mi trovo io, ma che non ho mai sentito così vicina come adesso. Siamo sempre in attesa di un bollettino che arriva ogni giorno, sperando sempre che il picco sia passato e che finalmente arrivi il momento in cui lentamente usciamo da quella che alcuni definiscono una “guerra”. Ma che guerra non è, non ci sarà un armistizio. Non basterà la volontà di deporre le armi affinchè tutto questo abbia una fine. E allora riponiamo tutte le speranze nel fare ciò che ci ripete l’ormai famoso slogan sdoganato da tutti: dobbiamo stare a casa.

Fronteggiare l’attacco del Covid-19 

Le nostre vite sono state totalmente stravolte ormai dai primi di Marzo, almeno qui al sud Italia. Le aree più colpite come la Lombardia, soffrono anche da prima. All’inizio non ci credevamo fino in fondo, molti pensavano si trattasse di qualcosa che fosse poco più di una semplice influenza mentre coloro i quali davano un peso maggiore alla faccenda, erano considerate allarmisti. E allora questo virus si è mostrato presto per quello che realmente è, scatenando una pandemia e costringendo tutti – nessuno escluso – a una quarantena inaspettata. Da quel momento, valori un tempo altamente considerati come potere e bellezza, non avevano più nessun peso. Ci siamo resi conto che non esistono confini, non esistono barriere che possano bloccare questa avanzata. Il virus potrebbe colpire chiunque, e nessuna somma di denaro né nessuna dogana possono fermare questa avanzata.

E noi come vediamo il Coronavirus? Qui in Italia ci fa paura, ormai a tutti. La sanità pubblica ha subito molti tagli negli anni e ciò che più ci inquieta è il non avere la possibilità e il diritto di essere curati tutti, se dovessero aumentare i contagi. Le sale di terapia intensiva in alcune aree sono totalmente sature, medici e infermieri che si trovano in prima linea fanno turni estenuanti, manca il personale, mancano i dispositivi di protezione. Non eravamo davvero pronti per affrontare una pandemia, ma speriamo che questa impreparazione possa in qualche modo servire da lezione.

Oggigiorno scene come questa sembrano quasi innaturali. Foto di Maurizio Marzolla.

Ci sono varie teorie su come tutto sia cominciato: quelli che potremmo definire “complottisti”, pensano si tratti di un virus creato inizialmente in laboratori militari e che poi sia sfuggito al loro controllo. I più ecologisti, indignati con ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, pensano che la Natura si stia ribellando e che cerchi una vendetta verso il genere umano come risposta per tutto lo stress e la sofferenza alla quale l’abbiamo costretta. Similmente, qualcuno sostiene che tali epidemie, prodotto dell’urbanizzazione sfrenata e globale, siano il risultato di un regime alimentare sbagliato. Questi ultimi individuano le cause del Covid-19 nel consumo di carne – in questo caso di maiale – proveniente da allevamenti intensivi. Dal loro punto di vista, dovremmo seguire uno stile di vita più salutare e smettere di pensare ad un ritorno alla “normalità”, perché è proprio quella normalità che avevamo prima che ci ha portato fin qui. E infine ci sono coloro i quali, ricordando epidemie passate con cui l’umanità si è già trovata faccia a faccia, credono che ci sia una sorta di inevitabile ciclicità. 

A prescindere da tutte le differenti opinioni sulla causa di questa pandemia, dobbiamo ammettere che una tragedia di tale portata è una triste novità per noi, qualcosa di inaspettato e mostruosamente enorme. E come tutti, anche io mi ritrovo a farci i conti, soprattutto in quanto appartenente a quella generazione che qui in Italia affronta non poche difficoltà, ma che mai ha vissuto una vera guerra, mai una vera carestia, figurarsi una pandemia mondiale. Forse è il male del nostro tempo e come tutti i mali, mi dico, prima o poi passerà. Speriamo almeno che ci stia insegnando qualcosa.

Il Belpaese

La bellezza dell’Italia e tutto ciò che contiene. Foto di
Giovanni Cotroneo.

Il nostro era quello che chiamavamo “il Belpaese”, ma che di bello adesso ha ben poco. Certo, restano pur sempre intatte le nostre magnifiche architetture, la nostra arte, la nostra storia e le nostre bellezze naturali e paesaggistiche, connesse anche con quel clima favorevole di cui godiamo. Ma che senso ha tutto questo per noi esseri umani, se non possiamo esserne fruitori? Che senso ha avere i musei ricchi di collezioni fondamentali da un punto di vista storico-culturale, se non possiamo più visitarli?

Non sto di certo pensando che sia giusta la loro riapertura in questo momento, ma penso che tutto questo patrimonio abbia come perso momentaneamente il proprio valore. In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

Penso anche a uno dei pochissimi aspetti positivi di tutta questa assurda situazione: il Pianeta che sta riprendendo fiato, che si sta un po’ rimettendo in forma da quell’impatto devastante che negli ultimi decenni l’uomo ha avuto su di esso. Notizia che non può non far piacere, soprattutto a chi ama la Natura sopra e sotto il livello del mare. E anche se non è una grande consolazione visto il dramma che stiamo attraversando, speriamo almeno possa essere un punto di partenza per una seria riflessione su come cambiare il nostro ormai devastante stile di vita.

Un momento di crescita sopra e sotto la superficie. Foto di Luciano Forti.

Anche se usciremo distrutti, devastati o totalmente incolumi da questa tragedia, le nubi sotto le quali adesso viviamo, verranno prima o poi spazzate via. E quel giorno torneremo a rispolverare quei quadri, riempire i nostri sguardi di bellezze artistiche e naturali, godere di ogni raggio di sole all’aria aperta. 

Nel nostro caso, torneremo ad ammirare le meraviglie del mondo sommerso, sperando che sarà un’esperienza ancora più emozionante dopo questa brutta pausa. Per adesso quello che possiamo fare è aspettare. Non come dei patriottici soldati ubbidienti ai quali un governo ha ordinato una quarantena attraverso dei decreti, ma come dei cittadini solidali e consapevoli che l’isolamento aiuta noi e salva anche gli altri. 

La condivisione di ciò che siamo

Affrontando queste lunghe giornate in casa, abbiamo corso il rischio di farci risucchiare dal vortice di una paura psicotica o dalla tristezza di sentirci dei prigionieri impotenti. Per sfuggire a questo senso di isolamento, alcuni hanno portato avanti atti di solidarietà: dalla “spesa sospesa” lasciata pagata al supermercato per chi fatica ad arrivare a fine mese, a chi ha cucito le mascherine – che in questi giorni sono introvabili – e le ha consegnate a chi ne ha bisogno.

E poi in molti abbiamo trovato la forza di andare avanti grazie alle nostre passioni, ci siamo fatti coraggio, pensando anche che avremo avuto molto tempo libero per dedicarci a quello che non eravamo riusciti a fare durante la nostra occupata e “normale routine”. Eccoci allora a cercare di continuare a seguire i nostri intressi, senza però poter varcare la soglia di casa. Perché le cose che possiamo fare adesso al di fuori dei nostri nidi domestici sono solo quelle ritenute strettamente necessarie. Niente passeggiate, neanche se da soli. E purtroppo, giustamente, niente Mare.

Inizialmente è stato particolarmente difficile: abbiamo provato come un senso di spaesamento, di privazione di tutto ciò che conta davvero. Forse legato al fatto di non esserci ancora totalmente resi conto della portata di questa tragedia, ci siamo trovati a pensare solo a quanto fosse ingiusto non poter andare avanti con la nostra vita, non poter vedere i nostri affetti, non poter amare, baciare, abbracciare. Gesti del genere adesso sono diventati delle armi.

Un momento per riflettere e concentrarci sulle gioie nascoste della vita. Foto di Federica Siena

Ci siamo ritrovati improvvisamente soli con noi stessi, bloccati in questo universo asociale, che almeno per me è del tutto nuovo. Perché la vita è condivisione, proprio come la subacquea. Fare un’immersione che cosa vuol dire in fondo se non condividere una magia? Certo, alcune didattiche ci insegnano che avere un compagno è una maggiore sicurezza, e io su questo mi trovo molto d’accordo (anche se può non valere per qualche tipo di immersione più “estrema”). Ma non mi riferisco tanto a questo.

Quello che intendo è la necessità che sentiamo di condividere questa esperienza con gli altri, con tutte le sue emozioni e le sue avventure. Anche chi è abituato a fare immersione in solitaria, in realtà ha comunque un team di supporto e si trova sempre a raccontare le sue esperienze ad amici subacquei, facendo conferenze, scrivendo libri, articoli o post, per fare partecipi gli altri delle sue scoperte. Ad ogni modo, anche in questo caso la condivisione è una parte importantissima di quell’esperienza vissuta apparentemente in solitudine.

Per quanto mi riguarda invece, sono una a cui piace immergersi con gli altri. Ogni qualvolta mi capita di vedere qualcosa in lontananza e indicarlo, la gioia è come dimezzata se mi accorgo di essere stata l’unica ad aver fatto quell’avvistamento. Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione.

Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione

Corallo Nero. Foto di Santi Cassisi

Il potere speciale di noi subacquei

Ricordo ancora l’unica volta che scesi da sola a 42-43 metri circa. Era in programma un’immersione con altri tre subacquei sulla Secca della ‘Mpaddata, a Scilla, un paese a circa venti minuti di macchina da Reggio Calabria, la mia città natale. Non mi offendo se non l’avete mai sentita nominare. Quando vivevo in Galles (UK) e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, erano molti quelli che non avevano la benché minima idea di dove fosse Reggio. E allora io cedevo a quell’unico modo che funzionava sempre: “l’italia è uno stivale, giusto? Io vengo da the toe of the boot”. E vi dico anche che la mia città, lo stretto di Messina e in particolar modo Scilla, sono il mio paradiso subacqueo.

Bene, nel giorno di quella immersione ci trovavamo a largo proprio di Scilla. Eravamo in gommone, stavamo navigando verso il sito di immersione e in quel momento mi capitò di pensare, come a volte accade, che quella non era giornata. Anche se non sapevo il perché, apparentemente non c’era un vero motivo. Arrivati sul punto prefissato, buttammo giù l’ancora e cominciammo a prepararci. Mentre mi vestivo e indossavo l’attrezzatura, mi accorsi di non avere il mio computer e allora a quel punto decisi che quello era per me il momento di abortire l’immersione. Sapevo che non avrei dato noia a nessuno, conoscevo i miei compagni, non mi avrebbero forzata né mi avrebbero fatto sentire alcuna pressione. Perché quello che mi hanno insegnato, che hanno pensato loro in quel momento – ne sono certa – e che ho pensato anch’io, è che un bravo subacqueo è anche quello che sa dire di no. Gli altri scesero, io rimasi in gommone con chi ci faceva da supporto barca quel giorno e tutto andò per il verso giusto.

Una volta terminata l’immersione, il gommonauta cominciò a tirare su l’ancora, ma si era incagliata. Dopo diversi minuti e diversi tentativi falliti, pensammo che qualcuno doveva scendere a disincagliarla o, meglio, avremmo potuto più saggiamente legare un gavitello alla cima per ritornare più tardi e fare qualche altro tentativo. Ma visto che io non ero scesa, non avendo azoto residuo in corpo e quella riluttanza ad immergermi era sparita, mi offrì volontaria. Indossai la mia attrezzatura ed entrai in acqua. Dopo un ultimo sguardo ai compagni in barca, scaricai il GAV, svuotai i miei polmoni e scesi lungo la cima.

Buoni compagni d’immersione e veri amici. Foto per gentile concessione di Cristina Condemi.

Arrivata sul fondo, vidi l’ancora incastrata dietro uno sperone di roccia. Provai a tirare un po’ di cima verso il basso per allentare la tensione e cercare di smuovere l’ancora. Mentre ero intenta a fare questa operazione mi capitò una cosa che spesso succede a noi subacquei. Forse non a tutti e non sempre, ma abituati a comunicare in un modo alternativo quando siamo immersi in un liquido dove le parole diventano inutili e incomprensibili, è come se fossimo capaci di amplificare le nostre percezioni. È come se avessimo un dono, la capacità di percepire delle cose, delle energie, delle presenze intorno a noi.

Vi giuro che non sto diventando matta. Non vi è mai successo? Avere la sensazione che alle vostre spalle ci sia qualcosa, voltarvi improvvisamente e trovarvi faccia a faccia con una meravigliosa creatura? Ho avuto modo di parlare di questa idea con persone che non mi hanno preso per una squinternata, anzi, si sono trovati d’accordo con me. E mi piace pensare che sia proprio un “potere speciale” che noi subacquei possediamo, una magia tutta nostra.

Tornando al momento dell’ancora, mi capitò esattamente quella sensazione, una presenza dietro di me, così mi fermai un attimo pur essendo parecchio indaffarata e mi girai. E cosa vidi? In quel preciso momento un’aquila di mare si stava dirigendo verso di me, forse incuriosita dalla mia presenza e dai miei movimenti sicuramente ai suoi occhi a dir poco buffi. Mi venne molto vicina, io provai a stare immobile e trattenni il respiro per evitare di spaventarla.

Un’aquila di mare come quella che volò sopra di me. Foto di Santi Cassisi.

Fu come se mi stesse puntando, ma lentamente. “Sorvolò” sopra di me, ad un palmo dalla testa e la seguì con lo sguardo. Fu un momento magico, grazie proprio a quelle sensazioni uniche che riusciamo ad avere noi subacquei – o alla pura e meno magica casualità, lascio a voi la scelta. Ma in quello stesso istante ho pensato a quanto avrei voluto che ci fosse stato qualcuno con me. Vedere la mia gioia rispecchiata negli occhi del mio compagno, in quelle grandi sfere blu spalancate che sorridono dietro la sua frameless, avrebbero reso questo momento ancora più memorabile.

Siamo animali sociali

E insomma, così è la vita: noi esseri umani forse necessitiamo di momenti di solitudine, di introspezione, di riflessione intima con noi stessi, ma siamo in fin dei conti degli “animali sociali” che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze con gli altri. E in questo periodo ce ne stiamo rendendo conto più che mai. Ne è prova il fatto che, figli del nostro tempo, costretti in quarantena passiamo molte ore al telefono, chiamando, scrivendo o videochiamando amici cari e quelli che non sentivamo da un po’. Viviamo molto il mondo dei social – parola non a caso – con le continue dirette di qualsiasi genere e tema.

Nel nostro caso, seguiamo apneisti e subacquei che raccontano di record e di scoperte. Usiamo applicazioni per parlare in videoconferenza di immersioni in grotta, di fotografia subacquea, o più in generale del Mare e delle emozioni che ci regala. Anche per chi non era così avvezzo al mondo di internet, ha ceduto, perché questo è il solo modo che abbiamo adesso per condividere. Ora più che mai, abbiamo bisogno degli altri, di incontrarci e non potendolo fare fisicamente, ci accontentiamo di quello che ci regala il farlo virtualmente attraverso uno schermo.

Qualcosa per cui sperare. Foto di Giovanni Cotroneo.

Inevitabilmente ci troviamo a parlare anche del virus e di come siamo arrivati a tutto questo. E riflettiamo anche su come sarà la fase successiva, quando si tenterà di riportare le nostre vite ad una “normalità”, per quanto ancora dovremo vivere con la paura di infettarci e infettare, ma anche speranzosi di qualche cambiamento positivo nelle nostre abitudini. 

Il pensare al dopo però, pur essendo anche questa in qualche modo una grossa preoccupazione, è una cosa positiva e può voler dire che ne stiamo venendo fuori. Viviamo anche dei momenti di solitudine e di introspezione nei quali facciamo un po’ il punto della situazione con noi stessi e ci chiediamo cosa ci manca davvero: i nostri amori, il lavoro e tutte quelle attività che siamo soliti svolgere con gli altri. Ma visto che questa è una rivista subacquea, sono certa che voi lettori capirete benissimo quando menziono quanto mi manca il Mare. 

Che sia voglia di tuffarsi ai tropici, nel mio amato Mediterraneo, negli Oceani o nei laghi. A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.

A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.


Cristina Condemi è un’istruttrice subacquea RAID ed un membro dello Scilla Diving Center. È nata a Reggio Calabria e il mare dello Stretto di Messina è sempre stato il suo ambiente naturale. Laureata al DAMS (Discipline dell’Arte, delle Musica e dello Spettacolo) dell’Università di Bologna, ha vissuto in Spagna e in Galles. Guida subacquea nel mare di Scilla dal 2014, accompagna subacquei di ogni livello alla scoperta di questi straordinari fondali e delle creature che li abitano, con un particolare riguardo per il rispetto di questo fragile ecosistema: un’attenzione che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi. Ecologista, vegana e animalista, pratica immersioni tecniche dal 2018, scrivendo in rete il racconto delle sue esperienze come subacquea.

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Life of an Italian Scuba Instructor In the Time of Corona

Italy was one of the first countries in Europe to be slammed by the Covid-19 pandemic. We asked diving instructor Cristina Condemi from Reggio Calabria, to share her experience as a diver in lockdown. Cosa deve fare un sub?

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By Cristina Condemi, Translation by Fabrizio Schepisi
Header photo by Dario Condemi

Are these bad times to be talking about dreams, beauty and The Sea? And what about the realm of scuba diving, a term that opens up a wide range of meanings for its practitioners? It’s impossible to get the pandemic out of our thoughts, and the rising death toll, our inescapable fear, and common sense remind us to stay at home.

Nonetheless, by degrees, we have been able to set aside a few hours in our increasingly absurd daily routines to take shelter in the universe of our passions—whether they belong to the underwater world or to the land above the sea. Dreaming has proven to be a sound way to tackle this situation, a safe haven in such insecure times. Let’s try and dream then: it’s one of the few things we have left, and it won’t make us run the risk of appearing to be  superficial or seeming to be careless about  Covid-19 if we do so. 

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The Strait of Messina is known for bicolored Paramuricea clavata (Risso, 1826) gorgonians. Photo by Santi Cassisi

Let’s try and dream as best we can and whenever we can, even in this very moment: I, as I’m writing down my impressions, the dreams and feelings of an Italian scuba-diver quarantined  in her flat in a city in Southern Italy, and you as you read my words. Always keeping in mind that all storms must pass eventually, and then we will go back to sailing upon and  diving into our sea. Presently in Italy, as in most  other countries around the world, our days are marked by the news of how the virus is speeding up or slowing down its spread. Our hours are punctuated by attempts at finding something to do within the walls of our own houses and trying to take our minds off the tragedy.. 

Especially here in Italy. Especially in the north of the country, the opposite side of the boot from where I am, although distance has never been less of a divide than today. Our lives now revolve around a daily disease report, always hoping to hear the virus has passed its peak and waiting for the moment when we are allowed to start the slow reversion to normality, getting out of what has been defined as a kind of “war”. However, this is no war, and there will be no truce. Our will to “cease hostilities” just doesn’t seem to be enough to put an end to it. In fact, there seems to be but one thing we can do: we have to stay home! 

Facing the Onslaught of Covid-19

The beginning of March marked the onset of radical changes in our lifestyles, at least in the South of Italy. The most plagued regions, such as Lombardy in the North, were in dire straits for a longer time. In the beginning, many of us thought of Covid-19 as little more than flu; those who gave it serious  credit were deemed to be scaremongers. However, the virus soon revealed itself for what it really is, ending up in a pandemic, forcing everyone—none excluded—to an unexpected quarantine. Since then, previously high-valued items like power and beauty have lost much of their appeal. We realized that there were no borders or barriers to hold it back. The virus could hit anyone, and no amount of money or customs control could prevent it from spreading.

Scenes like these almost look unnatural nowadays. Photo by Maurizio Marzolla.

And how do we see the virus? Here in Italy, we learned to fear it. Our national health service made many cuts in funding over the past few years, and what really scares us is that in all likelihood some of us might lose the right to be treated if too many become infected. Intensive care units have been filled to capacity in some regions, and our front-line doctors and nurses are doing endless shifts. In many cases, there isn’t enough medical staff, and the safety measures in hospitals are totally inadequate.  We just weren’t ready for a pandemic, and we somehow hope the Covid-19 lesson will be a spur to improvements in hospital equipment. 

There are many theories of how it all started: conspiracy theorists think the virus was created in military labs first and then somehow got out of control. Green-collar workers are up in arms about our attitudes toward the environment and see it as a revolt of Nature revolting and taking revenge on humankind as retribution for  all the stress and suffering it has been subjected to. Similarly, some think that epidemics, being the by-products of unrestrained globalization and urbanization, could be construed as the result of unhealthy eating habits. They pin down the causes of Covid-19 to the consumption of meat from intensive breeding establishments—pork meat in this case. In their view, we should take up healthier eating regimes and give up the thought of going “back to normal”, as that normality is precisely what has brought us here.  Finally, there are those who read up on past epidemics and talk about the unavoidable cyclicity of history.  

Regardless of all the differing opinions about its causes, we are willing to admit that a tragedy of such magnitude is something new to us, something unexpected and overwhelming. Like anyone else, I find myself coping with it, especially as I am part of a generation that has been  through a lot of hardships here in Italy but has never had to grapple with a real war, real famine, let alone a worldwide spread of pandemic. It may be the evil of our times. I tell myself, ”And it will pass as all evils do.” At least, let’s hope it is teaching us something. 

Beautiful Country

The beauty of Italy and all it contains. Photo by Giovanni Cotroneo.

Italy used to be nicknamed the “Belpaese”, the “Beautiful country”, but much of its allure seems to have been lost now.  Of course, our architecture and artistic heritage, our history and landscapes are still intact, as are the favorable weather conditions we have been blessed with. But, as many tell themselves, what’s the use of it now if you can’t enjoy it? What’s the use of having museums full of precious items and impressive collections of enormous cultural prestige if you can’t visit them anymore?  

Of course, I’m not suggesting that they should be reopened  to the public, I’m only hinting at the temporary loss of significance of this heritage. Quite romantically, in my mind I can picture Caravaggio’s canvases piling up dust in those closed museums, losing some of the light that made them sparkle with life: works of art “saddened” by the lack of viewers’ eyes feeding on their beauty.

Quite romantically, in my mind I can picture Caravaggio’s canvases piling up dust in those closed museums, losing some of the light that made them sparkle with life: works of art “saddened” by the lack of viewers’ eyes feeding on their beauty

I also think of one of the very few positive aspects of this absurd situation: our planet is breathing again, recovering from the devastating impact of human activity. News of this kind  is consoling, especially to those who love nature in all its forms, in water and on land. There is hope that this will be a starting point for serious meditation on how we can change our destructive lifestyles. 

Whether we come out of this tragedy  torn apart and morally crippled or totally unhurt, the clouds above our heads will be blown away by a new wind someday. On that day, hopefully we will brush the dust off those works of art and look at them with fresh new eyes. We will rediscover how beautiful and fulfilling it is to nourish ourselves with the sight of art and natural landscapes and to let ourselves be kissed by the sunrays. 

Time for growth above and below the surface. Photo by Luciano Forti.

In our case, we will also go back to marvelling at the beauties of the underwater world, which it is hoped will be all the more powerful an experience after this forced break. For now however, all we can  do is wait. Let us not wait  as patriotic soldiers forced to a quarantine by governmental decrees, but rather as citizens fuelled by solidarity, well aware that isolation means safety in this case, for ourselves and others. 

Sharing Who We Are

Spending long days at home, many will run the risk of surrendering to psychotic fears or to the sadness that comes with feeling as if we are  powerless prisoners. To escape this sense of isolation, some  have started up a number of solidarity initiatives: some leave food packages in empty baskets outside supermarkets to help out those who can’t afford to go homeshopping; others sew homemade protection  masks – a very rare item these days – and hand them out to people who need them. 

Many of us are also finding strength in our passions, telling ourselves that we’ve got time on our hands now to do all the things we couldn’t dedicate enough time and care to during our “normal routines.” Even so, they’re all passions we must now pursue at home. Because we can only go out for what is strictly necessary. We can’t go for walks, not even by ourselves. And that includes, understandably, walks out to the sea.  

A time to reflect and focus on the hidden joys of life. Photo by Federica Siena.

It was particularly hard in the beginning: many of us had a sense of dizziness, and felt deprived of everything we cared about.  At that time, we were probably as yet unaware of how serious the pandemic was and would become, and all we could think about was the injustice of not being able to go on with our lives, see our loved ones and kiss or hug them. Such simple gestures that became as dangerous as weapons.  

We felt stuck in a brand new asocial universe, because life is all about sharing, just like diving is. What else is scuba diving but the sharing of magic? Indeed, certain didactic orientations to it inform us that having a “diving buddy” at one’s side reduces risks, and that is a thought I personally subscribe to (although it might not hold true for certain kinds of more “extreme” excursions). However, I am not talking about this aspect of the issue. 

What I actually mean is that we need to share the feelings and sense of adventure that make up our diving experience with others. Even those who are used to diving solo have a support team backing them up and always find themselves telling their diver friends about their experiences or maybe holding conferences, or writing books, articles, and posts to share their feelings and discoveries. 

Black Coral. Photo by  Santi Cassisi

Even for them, sharing is an integral part of an experience they apparently live in solitude. As for me, I am one who likes scuba diving with others. Whenever I chance to spot something in the distance and point to it, the joy of that vision is cut by half if I realize I’m the only one who has noticed it. When you see something worth spotting underwater, its beauty is always heightened by being able to share it with another pair of eyes. That’s what makes your enthusiasm bubble up, when your happiness is widened and doubled by the presence of a buddy.  In the end, sharing sums up the whole diving experience for me.

When you see something worth spotting underwater, its beauty is always heightened by being able to share it with another pair of eyes.   In the end, sharing sums up the whole diving experience for me. 

Divers’ Special Powers

I still remember the only time I went scuba diving alone, reaching a depth of 42 meters/138 feet. I had planned an excursion with three other divers on the ‘Mpaddata Shallows of Scilla, a 20-minute drive from Reggio Calabria, my hometown. I won’t take offence if you’ve never heard of it. When I lived in Wales, and someone asked me where I was from, most people had no idea where Reggio was, I resorted to the only description that always worked: “Italy is a boot, right? I come from its toe”. I can also tell you that Reggio, the Strait of Messina and especially Scilla are like my underwater heaven. 

Good buddies and true friends. Photo courtesy of Christina Condemi.

Well, on the day of that diving excursion we were just off Scilla. As sometimes happens, while we were sailing on a dinghy toward the starting point of our excursion, I suddenly had a hunch it wasn’t a good day for diving. For no apparent reason. Once we had reached the chosen point, I started fitting myself up and realized I didn’t have my computer with me, and that’s when I thought I’d better call myself out that time. I knew that wasn’t going to upset my friends: I know them, and they wouldn’t have forced me to do the dive or pressured me. Because what they taught me and—I’m sure—both my buddies and I thought on that occasion was that a good scuba diver is also one who knows when to say “No”.  So, the others dived, I stayed on the dinghy with that day’s support staff, and everything worked out smoothly. 

At the end of the diving expedition, the dinghy driver tried to weigh the anchor, but it was stuck. After a few minutes and several attempts, we thought someone should dive down to pull it loose if we wanted to get on our way again. As I hadn’t dived, had no residual nitrogen, and had lost my earlier reluctance to dive, I volunteered to go down. I put on my diving gear  and went into the water. After a last look at my friends on the boat, I released my BCD, exhaled and started my descent along the rope. 

When I got to the sea bottom, I saw the anchor was actually stuck in a rock spur. So I tried to pull the rope downwards to slacken the resistance and get the anchor unstuck. As I busied with the anchor, something that often befalls us divers happened. Though some might be less used to it, accustomed as we are to alternative ways of communicating when we are immersed in liquid and words are useless and undecipherable, it often feels like we are able to widen our perceptions. It’s as if we are endowed with a gift—being able to feel the presence and energy of things surrounding us while underwater. 

I promise I’m not going mad. Hasn’t it ever happened to you? You get the feeling something is behind you, prompting you to turn around. You do so and find yourself  face to face with a wonderful creature? At times, I have had the chance to discuss this idea with people who don’t view me as a lunatic and who in fact have agreed with me.I like to think of it as a “special power” that we divers have, a magic of our own. 

Going back to the moment at the anchor, I got precisely that feeling of something behind me, so I turned around despite how busy I was, and what did I see?  An eagle ray was moving in my direction, probably made curious by my presence and my awkward movements. It came very close, and I tried to keep still and hold my breath, so as not to scare it away. 

An eagle ray like the one that flew over me. Photo by Santi Cassisi.

It was as if it was aiming directly for me, though it moved very slowly. It “flew” past me, only a few inches above my head, and I followed it with my eyes. It was a magical moment, made all the more special by those unique feelings that we divers have—or by sheer coincidence, I’ll let you decide. However, in that very moment I thought to myself that I would have liked to have someone there with me. Seeing my joy reflected in the big, smiling eyes of my buddy behind his frameless mask, would have made this moment even more magical. 

We Are Social Animals

And that’s what life’s all about: we humans may need our moments of solitude, but we are still “social animals” and need other people to share our experiences with. We’ve never felt it more than in  these strange days. The time we’ve spent on the phone with other people, texting and video chatting with friends we might have not been in touch with for a long time, bears testimony to this need of ours. We live in a world of social networks —and this is no chance choice of words—following live broadcasts on an array of different themes and topics. 

In our case, these may involve free divers and scuba divers talking about records and discoveries. We use video-conferencing apps to talk about excursions in submarine caves, underwater photography, or more broadly about the sea and the feelings it gives us. Even people who weren’t used to communicating on the internet have had to give in to it, because that’s our main means for sharing now. As we can’t yet meet people physically, we must be  content with seeing them behind a computer screen. 

Something to look forward to.
Photo by Giovanni Cotroneo.

As is inevitable, much of the talking revolves around the virus and how we got to this point. We also discuss what the next phase will be like, how we will try to bring our lives “back to normal”, in spite of the fear we will still have of infecting and being infected, but still hopeful that the present crisis will bring about positive changes in our lifestyles. 

Our ability to think about what comes after is good. As is solitary reflection on what we have really missed–our loved ones, our work, and the activities we performed with others. And, since this is a diving magazine, I’m quite sure readers will understand when I mention how much I miss the sea. 

Whether the talk is about tropical waters, the temperate waters of my beloved Mediterranean, oceans, or lakes. We divers are all missing the underwater world.  But we also know the sea is waiting for us, and we will find it again sooner or later, as blue and strong and beautiful as it ever was. With a difference: when we get back to it, we will be more aware of the need to protect it with all our strength.

We divers are all missing the underwater world.  But we also know the sea is waiting for us, and we will find it again sooner or later, as blue and strong and beautiful as it ever was. With a difference: when we get back to it, we will be more aware of the need to protect it with all our strength.


Cristina Condemi is a RAID diving instructor and a staff member of the Scilla Diving Center. She was born in Reggio Calabria and the sea of the Strait of Messina has always been her natural environment. A DAMS graduate (disciplines of Art, Music and Entertainment) at the University of Bologna, she has lived in Spain and in Wales. A dive guide in Scilla since 2014, she brings divers of all levels to discover the extraordinary seabed of Scilla and its creatures, with special care for protecting its fragile ecosystem: a care she always tries to pass down to her students. An enthusiastic ecologist, vegan, and animal-rights supporter, she started technical diving in 2018, sharing the story of her experience as a diver on the web.

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