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LA VITA DI UN’ISTRUTTRICE SUBACQUEA ITALIANA AI TEMPI DEL CORONA

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad essere colpito dalla pandemia del Covid19.
Abbiamo chiesto all’istruttrice subacquea Cristina Condemi di Reggio Calabria, di condividere
la sua esperienza di subacquea in quarantena. Cosa deve fare un sub?

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di Cristina Condemi

Foto di Dario Condemi.

Tempo pessimo questo per parlare di sogni, di bellezza e di Mare? E che dire di quel regno che è la subacquea, un termine che apre un ampio range di significati per tutti coloro che la praticano? È impossibile riuscire ad allontanare la mente da questa pandemia e l’aumento del bilancio dei morti come la nostra inevitabile paura e il nostro buon senso, ci ricordano che dobbiamo stare a casa.

Tuttavia, un po’ alla volta, siamo riusciti a ritagliarci qualche ora nelle nostre ormai assurde giornate, per rintanarci ognuno nel proprio universo di passioni – che siano esse legate al mondo sommerso o alla terra sopra il livello del mare. Sognare è buon modo per affrontare questa situazione, un paradiso sicuro in un momento di così tale insicurezza. Allora proviamoci e sogniamo: è una delle poche cose che ci è ancora concessa e se lo facciamo non corriamo il rischio di sembrare superficiali o menefreghisti circa il Covid19 e tutto quello che sta succedendo.

Proviamoci allora e sognano nel miglior modo possibile e in qualunque momento, anche in questo preciso istante: io scrivendo le mie impressioni, le emozioni e i sogni di una subacquea italiana in quarantena nel suo appartamento di una città del sud Italia e voi leggendo queste mie parole. Ricordandoci sempre che le tempeste passano e allora potremo tornare a navigare, a tuffarci nel nostro Mare.

Lo Stretto di Messina è conosciuto per la Paramuricea clavata bicolore (Risso, 1826). Foto di Santi Cassisi.

Al momento in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, le nostre giornate sono dettate da notizie di quanto il diffondersi del virus sia in crescita o in decrescita. Ore scandite dal trovare cosa fare chiusi nelle quattro mura di casa per non pensare troppo alla tragedia che il mondo intero sta attraversando. Soprattutto qui in Italia. Soprattutto al nord del Paese, l’aerea che si trova al lato opposto dello stivale rispetto a dove mi trovo io, ma che non ho mai sentito così vicina come adesso. Siamo sempre in attesa di un bollettino che arriva ogni giorno, sperando sempre che il picco sia passato e che finalmente arrivi il momento in cui lentamente usciamo da quella che alcuni definiscono una “guerra”. Ma che guerra non è, non ci sarà un armistizio. Non basterà la volontà di deporre le armi affinchè tutto questo abbia una fine. E allora riponiamo tutte le speranze nel fare ciò che ci ripete l’ormai famoso slogan sdoganato da tutti: dobbiamo stare a casa.

Fronteggiare l’attacco del Covid-19 

Le nostre vite sono state totalmente stravolte ormai dai primi di Marzo, almeno qui al sud Italia. Le aree più colpite come la Lombardia, soffrono anche da prima. All’inizio non ci credevamo fino in fondo, molti pensavano si trattasse di qualcosa che fosse poco più di una semplice influenza mentre coloro i quali davano un peso maggiore alla faccenda, erano considerate allarmisti. E allora questo virus si è mostrato presto per quello che realmente è, scatenando una pandemia e costringendo tutti – nessuno escluso – a una quarantena inaspettata. Da quel momento, valori un tempo altamente considerati come potere e bellezza, non avevano più nessun peso. Ci siamo resi conto che non esistono confini, non esistono barriere che possano bloccare questa avanzata. Il virus potrebbe colpire chiunque, e nessuna somma di denaro né nessuna dogana possono fermare questa avanzata.

E noi come vediamo il Coronavirus? Qui in Italia ci fa paura, ormai a tutti. La sanità pubblica ha subito molti tagli negli anni e ciò che più ci inquieta è il non avere la possibilità e il diritto di essere curati tutti, se dovessero aumentare i contagi. Le sale di terapia intensiva in alcune aree sono totalmente sature, medici e infermieri che si trovano in prima linea fanno turni estenuanti, manca il personale, mancano i dispositivi di protezione. Non eravamo davvero pronti per affrontare una pandemia, ma speriamo che questa impreparazione possa in qualche modo servire da lezione.

Oggigiorno scene come questa sembrano quasi innaturali. Foto di Maurizio Marzolla.

Ci sono varie teorie su come tutto sia cominciato: quelli che potremmo definire “complottisti”, pensano si tratti di un virus creato inizialmente in laboratori militari e che poi sia sfuggito al loro controllo. I più ecologisti, indignati con ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, pensano che la Natura si stia ribellando e che cerchi una vendetta verso il genere umano come risposta per tutto lo stress e la sofferenza alla quale l’abbiamo costretta. Similmente, qualcuno sostiene che tali epidemie, prodotto dell’urbanizzazione sfrenata e globale, siano il risultato di un regime alimentare sbagliato. Questi ultimi individuano le cause del Covid-19 nel consumo di carne – in questo caso di maiale – proveniente da allevamenti intensivi. Dal loro punto di vista, dovremmo seguire uno stile di vita più salutare e smettere di pensare ad un ritorno alla “normalità”, perché è proprio quella normalità che avevamo prima che ci ha portato fin qui. E infine ci sono coloro i quali, ricordando epidemie passate con cui l’umanità si è già trovata faccia a faccia, credono che ci sia una sorta di inevitabile ciclicità. 

A prescindere da tutte le differenti opinioni sulla causa di questa pandemia, dobbiamo ammettere che una tragedia di tale portata è una triste novità per noi, qualcosa di inaspettato e mostruosamente enorme. E come tutti, anche io mi ritrovo a farci i conti, soprattutto in quanto appartenente a quella generazione che qui in Italia affronta non poche difficoltà, ma che mai ha vissuto una vera guerra, mai una vera carestia, figurarsi una pandemia mondiale. Forse è il male del nostro tempo e come tutti i mali, mi dico, prima o poi passerà. Speriamo almeno che ci stia insegnando qualcosa.

Il Belpaese

La bellezza dell’Italia e tutto ciò che contiene. Foto di
Giovanni Cotroneo.

Il nostro era quello che chiamavamo “il Belpaese”, ma che di bello adesso ha ben poco. Certo, restano pur sempre intatte le nostre magnifiche architetture, la nostra arte, la nostra storia e le nostre bellezze naturali e paesaggistiche, connesse anche con quel clima favorevole di cui godiamo. Ma che senso ha tutto questo per noi esseri umani, se non possiamo esserne fruitori? Che senso ha avere i musei ricchi di collezioni fondamentali da un punto di vista storico-culturale, se non possiamo più visitarli?

Non sto di certo pensando che sia giusta la loro riapertura in questo momento, ma penso che tutto questo patrimonio abbia come perso momentaneamente il proprio valore. In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

Penso anche a uno dei pochissimi aspetti positivi di tutta questa assurda situazione: il Pianeta che sta riprendendo fiato, che si sta un po’ rimettendo in forma da quell’impatto devastante che negli ultimi decenni l’uomo ha avuto su di esso. Notizia che non può non far piacere, soprattutto a chi ama la Natura sopra e sotto il livello del mare. E anche se non è una grande consolazione visto il dramma che stiamo attraversando, speriamo almeno possa essere un punto di partenza per una seria riflessione su come cambiare il nostro ormai devastante stile di vita.

Un momento di crescita sopra e sotto la superficie. Foto di Luciano Forti.

Anche se usciremo distrutti, devastati o totalmente incolumi da questa tragedia, le nubi sotto le quali adesso viviamo, verranno prima o poi spazzate via. E quel giorno torneremo a rispolverare quei quadri, riempire i nostri sguardi di bellezze artistiche e naturali, godere di ogni raggio di sole all’aria aperta. 

Nel nostro caso, torneremo ad ammirare le meraviglie del mondo sommerso, sperando che sarà un’esperienza ancora più emozionante dopo questa brutta pausa. Per adesso quello che possiamo fare è aspettare. Non come dei patriottici soldati ubbidienti ai quali un governo ha ordinato una quarantena attraverso dei decreti, ma come dei cittadini solidali e consapevoli che l’isolamento aiuta noi e salva anche gli altri. 

La condivisione di ciò che siamo

Affrontando queste lunghe giornate in casa, abbiamo corso il rischio di farci risucchiare dal vortice di una paura psicotica o dalla tristezza di sentirci dei prigionieri impotenti. Per sfuggire a questo senso di isolamento, alcuni hanno portato avanti atti di solidarietà: dalla “spesa sospesa” lasciata pagata al supermercato per chi fatica ad arrivare a fine mese, a chi ha cucito le mascherine – che in questi giorni sono introvabili – e le ha consegnate a chi ne ha bisogno.

E poi in molti abbiamo trovato la forza di andare avanti grazie alle nostre passioni, ci siamo fatti coraggio, pensando anche che avremo avuto molto tempo libero per dedicarci a quello che non eravamo riusciti a fare durante la nostra occupata e “normale routine”. Eccoci allora a cercare di continuare a seguire i nostri intressi, senza però poter varcare la soglia di casa. Perché le cose che possiamo fare adesso al di fuori dei nostri nidi domestici sono solo quelle ritenute strettamente necessarie. Niente passeggiate, neanche se da soli. E purtroppo, giustamente, niente Mare.

Inizialmente è stato particolarmente difficile: abbiamo provato come un senso di spaesamento, di privazione di tutto ciò che conta davvero. Forse legato al fatto di non esserci ancora totalmente resi conto della portata di questa tragedia, ci siamo trovati a pensare solo a quanto fosse ingiusto non poter andare avanti con la nostra vita, non poter vedere i nostri affetti, non poter amare, baciare, abbracciare. Gesti del genere adesso sono diventati delle armi.

Un momento per riflettere e concentrarci sulle gioie nascoste della vita. Foto di Federica Siena

Ci siamo ritrovati improvvisamente soli con noi stessi, bloccati in questo universo asociale, che almeno per me è del tutto nuovo. Perché la vita è condivisione, proprio come la subacquea. Fare un’immersione che cosa vuol dire in fondo se non condividere una magia? Certo, alcune didattiche ci insegnano che avere un compagno è una maggiore sicurezza, e io su questo mi trovo molto d’accordo (anche se può non valere per qualche tipo di immersione più “estrema”). Ma non mi riferisco tanto a questo.

Quello che intendo è la necessità che sentiamo di condividere questa esperienza con gli altri, con tutte le sue emozioni e le sue avventure. Anche chi è abituato a fare immersione in solitaria, in realtà ha comunque un team di supporto e si trova sempre a raccontare le sue esperienze ad amici subacquei, facendo conferenze, scrivendo libri, articoli o post, per fare partecipi gli altri delle sue scoperte. Ad ogni modo, anche in questo caso la condivisione è una parte importantissima di quell’esperienza vissuta apparentemente in solitudine.

Per quanto mi riguarda invece, sono una a cui piace immergersi con gli altri. Ogni qualvolta mi capita di vedere qualcosa in lontananza e indicarlo, la gioia è come dimezzata se mi accorgo di essere stata l’unica ad aver fatto quell’avvistamento. Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione.

Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione

Corallo Nero. Foto di Santi Cassisi

Il potere speciale di noi subacquei

Ricordo ancora l’unica volta che scesi da sola a 42-43 metri circa. Era in programma un’immersione con altri tre subacquei sulla Secca della ‘Mpaddata, a Scilla, un paese a circa venti minuti di macchina da Reggio Calabria, la mia città natale. Non mi offendo se non l’avete mai sentita nominare. Quando vivevo in Galles (UK) e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, erano molti quelli che non avevano la benché minima idea di dove fosse Reggio. E allora io cedevo a quell’unico modo che funzionava sempre: “l’italia è uno stivale, giusto? Io vengo da the toe of the boot”. E vi dico anche che la mia città, lo stretto di Messina e in particolar modo Scilla, sono il mio paradiso subacqueo.

Bene, nel giorno di quella immersione ci trovavamo a largo proprio di Scilla. Eravamo in gommone, stavamo navigando verso il sito di immersione e in quel momento mi capitò di pensare, come a volte accade, che quella non era giornata. Anche se non sapevo il perché, apparentemente non c’era un vero motivo. Arrivati sul punto prefissato, buttammo giù l’ancora e cominciammo a prepararci. Mentre mi vestivo e indossavo l’attrezzatura, mi accorsi di non avere il mio computer e allora a quel punto decisi che quello era per me il momento di abortire l’immersione. Sapevo che non avrei dato noia a nessuno, conoscevo i miei compagni, non mi avrebbero forzata né mi avrebbero fatto sentire alcuna pressione. Perché quello che mi hanno insegnato, che hanno pensato loro in quel momento – ne sono certa – e che ho pensato anch’io, è che un bravo subacqueo è anche quello che sa dire di no. Gli altri scesero, io rimasi in gommone con chi ci faceva da supporto barca quel giorno e tutto andò per il verso giusto.

Una volta terminata l’immersione, il gommonauta cominciò a tirare su l’ancora, ma si era incagliata. Dopo diversi minuti e diversi tentativi falliti, pensammo che qualcuno doveva scendere a disincagliarla o, meglio, avremmo potuto più saggiamente legare un gavitello alla cima per ritornare più tardi e fare qualche altro tentativo. Ma visto che io non ero scesa, non avendo azoto residuo in corpo e quella riluttanza ad immergermi era sparita, mi offrì volontaria. Indossai la mia attrezzatura ed entrai in acqua. Dopo un ultimo sguardo ai compagni in barca, scaricai il GAV, svuotai i miei polmoni e scesi lungo la cima.

Buoni compagni d’immersione e veri amici. Foto per gentile concessione di Cristina Condemi.

Arrivata sul fondo, vidi l’ancora incastrata dietro uno sperone di roccia. Provai a tirare un po’ di cima verso il basso per allentare la tensione e cercare di smuovere l’ancora. Mentre ero intenta a fare questa operazione mi capitò una cosa che spesso succede a noi subacquei. Forse non a tutti e non sempre, ma abituati a comunicare in un modo alternativo quando siamo immersi in un liquido dove le parole diventano inutili e incomprensibili, è come se fossimo capaci di amplificare le nostre percezioni. È come se avessimo un dono, la capacità di percepire delle cose, delle energie, delle presenze intorno a noi.

Vi giuro che non sto diventando matta. Non vi è mai successo? Avere la sensazione che alle vostre spalle ci sia qualcosa, voltarvi improvvisamente e trovarvi faccia a faccia con una meravigliosa creatura? Ho avuto modo di parlare di questa idea con persone che non mi hanno preso per una squinternata, anzi, si sono trovati d’accordo con me. E mi piace pensare che sia proprio un “potere speciale” che noi subacquei possediamo, una magia tutta nostra.

Tornando al momento dell’ancora, mi capitò esattamente quella sensazione, una presenza dietro di me, così mi fermai un attimo pur essendo parecchio indaffarata e mi girai. E cosa vidi? In quel preciso momento un’aquila di mare si stava dirigendo verso di me, forse incuriosita dalla mia presenza e dai miei movimenti sicuramente ai suoi occhi a dir poco buffi. Mi venne molto vicina, io provai a stare immobile e trattenni il respiro per evitare di spaventarla.

Un’aquila di mare come quella che volò sopra di me. Foto di Santi Cassisi.

Fu come se mi stesse puntando, ma lentamente. “Sorvolò” sopra di me, ad un palmo dalla testa e la seguì con lo sguardo. Fu un momento magico, grazie proprio a quelle sensazioni uniche che riusciamo ad avere noi subacquei – o alla pura e meno magica casualità, lascio a voi la scelta. Ma in quello stesso istante ho pensato a quanto avrei voluto che ci fosse stato qualcuno con me. Vedere la mia gioia rispecchiata negli occhi del mio compagno, in quelle grandi sfere blu spalancate che sorridono dietro la sua frameless, avrebbero reso questo momento ancora più memorabile.

Siamo animali sociali

E insomma, così è la vita: noi esseri umani forse necessitiamo di momenti di solitudine, di introspezione, di riflessione intima con noi stessi, ma siamo in fin dei conti degli “animali sociali” che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze con gli altri. E in questo periodo ce ne stiamo rendendo conto più che mai. Ne è prova il fatto che, figli del nostro tempo, costretti in quarantena passiamo molte ore al telefono, chiamando, scrivendo o videochiamando amici cari e quelli che non sentivamo da un po’. Viviamo molto il mondo dei social – parola non a caso – con le continue dirette di qualsiasi genere e tema.

Nel nostro caso, seguiamo apneisti e subacquei che raccontano di record e di scoperte. Usiamo applicazioni per parlare in videoconferenza di immersioni in grotta, di fotografia subacquea, o più in generale del Mare e delle emozioni che ci regala. Anche per chi non era così avvezzo al mondo di internet, ha ceduto, perché questo è il solo modo che abbiamo adesso per condividere. Ora più che mai, abbiamo bisogno degli altri, di incontrarci e non potendolo fare fisicamente, ci accontentiamo di quello che ci regala il farlo virtualmente attraverso uno schermo.

Qualcosa per cui sperare. Foto di Giovanni Cotroneo.

Inevitabilmente ci troviamo a parlare anche del virus e di come siamo arrivati a tutto questo. E riflettiamo anche su come sarà la fase successiva, quando si tenterà di riportare le nostre vite ad una “normalità”, per quanto ancora dovremo vivere con la paura di infettarci e infettare, ma anche speranzosi di qualche cambiamento positivo nelle nostre abitudini. 

Il pensare al dopo però, pur essendo anche questa in qualche modo una grossa preoccupazione, è una cosa positiva e può voler dire che ne stiamo venendo fuori. Viviamo anche dei momenti di solitudine e di introspezione nei quali facciamo un po’ il punto della situazione con noi stessi e ci chiediamo cosa ci manca davvero: i nostri amori, il lavoro e tutte quelle attività che siamo soliti svolgere con gli altri. Ma visto che questa è una rivista subacquea, sono certa che voi lettori capirete benissimo quando menziono quanto mi manca il Mare. 

Che sia voglia di tuffarsi ai tropici, nel mio amato Mediterraneo, negli Oceani o nei laghi. A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.

A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.


Cristina Condemi è un’istruttrice subacquea RAID ed un membro dello Scilla Diving Center. È nata a Reggio Calabria e il mare dello Stretto di Messina è sempre stato il suo ambiente naturale. Laureata al DAMS (Discipline dell’Arte, delle Musica e dello Spettacolo) dell’Università di Bologna, ha vissuto in Spagna e in Galles. Guida subacquea nel mare di Scilla dal 2014, accompagna subacquei di ogni livello alla scoperta di questi straordinari fondali e delle creature che li abitano, con un particolare riguardo per il rispetto di questo fragile ecosistema: un’attenzione che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi. Ecologista, vegana e animalista, pratica immersioni tecniche dal 2018, scrivendo in rete il racconto delle sue esperienze come subacquea.

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The Price of Helium is Up in the Air

With helium prices on the rise, and limited or no availability in some regions, we decided to conduct a survey of global GUE instructors and dive centers to get a reading on their pain thresholds. We feel your pain—especially you OC divers! InDEPTH editor Ashley Stewart then reached out to the helium industry’s go-to-guy Phil Kornbluth for a prognosis. Here’s what we found out.

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Helium Technical Diving

By Ashley Stewart. Header image by SJ Alice Bennett.

Helium is one of the most abundant elements in the universe, but here on Earth, it’s the only element considered a nonrenewable resource. The colorless, odorless, and tasteless inert gas is generated deep underground through the natural radioactive decay of elements such as uranium and thorium in a process that takes many millennia. Once it reaches the Earth’s surface, helium is quickly released into the atmosphere—where it’s deemed too expensive to recover—and rises until it ultimately escapes into outer space. 

Luckily for divers who rely on the non-narcotic and lightweight gas for deep diving (not to mention anyone who needs an MRI scan or who uses virtually any electronic device), some helium mixes with natural gas underground and can be recovered through drilling and refinement.

Yet the world’s helium supply depends primarily on just 15 liquid helium production facilities around the globe, making the industry uniquely prone to supply chain disruptions, which this year caused the industry’s fourth prolonged shortage since 2006. The shortage has caused many technical dive shops around the world to raise prices, limit fills, or stop selling trimix altogether, according to an InDEPTH survey of GUE instructors and affiliated dive centers.

Longtime helium industry consultant Phil Kornbluth, however, expects the shortage will begin to ease gradually now through the end of the year, and for supply to increase significantly in the future.

Photo courtesy of Extreme Exposure

While a majority of the world’s helium is produced in just a few countries, a new gas processing plant in Siberia is expected to produce as much as 60 million cubic meters of helium per year, about as much as the US—the world’s largest helium producer—was able to produce in 2020. The Siberian plant ran for three weeks in September, but experienced major disruptions over the past year, including a fire in October and an explosion in January, that delayed its planned opening until at least 2023.

Meanwhile, according to Kornbluth, the U.S. Bureau of Land Management in Texas closed down from mid-January to early June due to safety, staff, and equipment issues, wiping out at least 10% of the market supply. The plant reopened in June and is back to normal production as of July 10. The supply of helium was further reduced as two of Qatar’s three plants closed down for planned maintenance, a fire paused production at a plant in Kansas, and the war in Ukraine reduced production of one Algerian plant.

With the exception of the plant in Siberia, Kornbluth said virtually all of the recent disruptions to the helium supply chain have been resolved and should yield some relief. And the future looks promising. Once the Siberian plant is online, it’s expected to eventually boost the world’s helium supply by one-third. While sanctions against Russia could prevent some buyers from purchasing the country’s helium, Kornbluth expects there will be plenty of demand from countries that as of now are not participating, like China, Korea, Taiwan, and India, though there could be delays if those countries have to purchase the expensive, specialized cryogenic containers required to transport bulk liquid helium. “Sanctions are unlikely to keep the helium out of the market,” Kornbluth said.

Meanwhile, there are at least 30 startup companies exploring for helium, and there are other projects in the pipeline including in the U.S., Canada, Qatar, Tanzania, and South Africa. “Yes, we’re in a shortage and, yes, it’s been pretty bad, but it should start improving,” Kornbluth told InDEPTH. “The world is not running out of helium anytime soon.” 

THE SURVEY:

To find out how the helium shortage is affecting divers, InDEPTH surveyed Global Underwater Explorers’ (GUE) instructors and dive centers and received 40 responses from around the world. 

The survey’s highest reported helium price was in Bonaire—a Dutch island in the Caribbean that imports its helium from the Netherlands—where helium costs as much as US$0.14 Liter(L)/$4.00 cubic foot (cf) and is expected to rise. At that price, a set of trimix 18/45 (18% O2, 45% He) in double HP100s (similar to D12s) would cost around $360.00 and trimix 15/55 would cost $440.00.

“We have enough to support both open circuit and CCR, but in the near future, if the situation remains, we may be forced to supply only CCR divers,” Bonaire-based GUE instructor German “Mr. G.” Arango told InDEPTH. “We have enough for 2022, but 2023 is hard to predict.”

Not far behind Bonaire was the Philippines, where helium costs around US$0.13 L/$3.68 cf—if you can even get it. Based on the responses to our survey, Asia is experiencing the greatest shortages. Supply is unavailable in some parts of the Philippines, limited in South Korea, and unavailable for diving purposes in Japan as suppliers are prioritizing helium in the country for medical uses, according to four instructors from the region. In Australia, it’s relatively easy to obtain.

Four US-based instructors reported that helium prices are increasing significantly and supply is decreasing. Helium remains “very limited” in Florida and prices in Seattle increased to $2.50 from $1.50 per cubic foot ($0.09 L from about $0.05 L) in the past six months, and there was a period when the region couldn’t get helium as suppliers were prioritizing medical uses. In Los Angeles, prices have reached as high as $2.80 cf (nearly $0.10 L) and one instructor reported helium is only available for hospitals and medical purposes, even for long-term gas company clients who are grandfathered in. Another Los Angeles-based instructor said direct purchases of helium had been limited to one T bottle per month, down from three. 

“Currently, we are only providing trimix fills for our CCR communities,” GUE instructor Steven Millington said. “Possibly this will change, but the current direction for active technical divers is CCR. I agree (and already see) that open circuit technical diving in some regions will go the way of the dinosaur.”

In Western Europe, helium is becoming more difficult and expensive to acquire, 10 instructors in the region told us. Instructors in the United Kingdom, Spain, Italy, and Germany reported longer wait times, high price increases, and limited supply. 

Meanwhile, Northern Europe appears to be a bright spot on the map with comparatively reasonable prices and general availability. In Norway, two instructors reported helium is easy to obtain, with no lead time from suppliers. Likewise in Sweden and Finland, though one Finnish instructor told us that in the past year prices have increased significantly.

Three instructors in Northern Africa and the Middle East said helium is easy to get, but is becoming more expensive. The price of Sofnolime used in rebreathers is increasing in Egypt as helium becomes more expensive and more difficult to obtain. Lebanon has minimal lead times, but helium is among the most expensive in all of the responses we received at US$0.10 L/$2.83 cf.

Helium is generally easy to obtain in Mexico, though prices are increasing dramatically and instructors are starting to see delays. In Brazil, prices in São Paulo quadrupled in the past 12 months and by 30% in Curitiba. Suppliers there aren’t accepting new customers and existing customers are having difficulty obtaining supply. Supply is mostly constrained in Canada, with the exception of one outlier: an instructor who has a longstanding account with the gas company and pays less than US$ 0.035 L/$1.00 cf. “I have been hearing of helium shortage every year for the last decade,” instructor Michael Pinault of Brockville Ontario told InDEPTH, “but I have never not been able to purchase it.”

Many instructors around the world said that helium shortages and skyrocketing prices are, no surprise, fueling a shift to CCR for individual divers and exploration projects. “CCR is saving our exploration projects,” GUE instructor Mario Arena, who runs exploration projects in Europe, said. “These projects would be impossible without it.”

Please let us know what helium prices and availability are in your area: InDEPTH Reader Helium survey

Additional Resources

US Geological Survey: Helium Data Sheet: Mineral Commodity Summaries 2021

NPR: The World Is Constantly Running Out Of Helium. Here’s Why It Matters (2019)

The Diver Medic: The Future of Helium is Up in the Air,” Everything you wanted to know about helium, but were too busy analyzing your gas to ask—talk by InDEPTH chief Michael Menduno


InDepth Managing Editor Ashley Stewart is a Seattle-based journalist and tech diver. Ashley started diving with Global Underwater Explorers and writing for InDepth in 2021. She is a GUE Tech 2 and CCR1 diver and on her way to becoming an instructor. In her day job, Ashley is an investigative journalist reporting on technology companies. She can be reached at: ashley@gue.com


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