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LA VITA DI UN’ISTRUTTRICE SUBACQUEA ITALIANA AI TEMPI DEL CORONA

L’Italia è stato uno dei primi paesi in Europa ad essere colpito dalla pandemia del Covid19.
Abbiamo chiesto all’istruttrice subacquea Cristina Condemi di Reggio Calabria, di condividere
la sua esperienza di subacquea in quarantena. Cosa deve fare un sub?

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di Cristina Condemi

Foto di Dario Condemi.

Tempo pessimo questo per parlare di sogni, di bellezza e di Mare? E che dire di quel regno che è la subacquea, un termine che apre un ampio range di significati per tutti coloro che la praticano? È impossibile riuscire ad allontanare la mente da questa pandemia e l’aumento del bilancio dei morti come la nostra inevitabile paura e il nostro buon senso, ci ricordano che dobbiamo stare a casa.

Tuttavia, un po’ alla volta, siamo riusciti a ritagliarci qualche ora nelle nostre ormai assurde giornate, per rintanarci ognuno nel proprio universo di passioni – che siano esse legate al mondo sommerso o alla terra sopra il livello del mare. Sognare è buon modo per affrontare questa situazione, un paradiso sicuro in un momento di così tale insicurezza. Allora proviamoci e sogniamo: è una delle poche cose che ci è ancora concessa e se lo facciamo non corriamo il rischio di sembrare superficiali o menefreghisti circa il Covid19 e tutto quello che sta succedendo.

Proviamoci allora e sognano nel miglior modo possibile e in qualunque momento, anche in questo preciso istante: io scrivendo le mie impressioni, le emozioni e i sogni di una subacquea italiana in quarantena nel suo appartamento di una città del sud Italia e voi leggendo queste mie parole. Ricordandoci sempre che le tempeste passano e allora potremo tornare a navigare, a tuffarci nel nostro Mare.

Lo Stretto di Messina è conosciuto per la Paramuricea clavata bicolore (Risso, 1826). Foto di Santi Cassisi.

Al momento in Italia, come in molti altri Paesi del mondo, le nostre giornate sono dettate da notizie di quanto il diffondersi del virus sia in crescita o in decrescita. Ore scandite dal trovare cosa fare chiusi nelle quattro mura di casa per non pensare troppo alla tragedia che il mondo intero sta attraversando. Soprattutto qui in Italia. Soprattutto al nord del Paese, l’aerea che si trova al lato opposto dello stivale rispetto a dove mi trovo io, ma che non ho mai sentito così vicina come adesso. Siamo sempre in attesa di un bollettino che arriva ogni giorno, sperando sempre che il picco sia passato e che finalmente arrivi il momento in cui lentamente usciamo da quella che alcuni definiscono una “guerra”. Ma che guerra non è, non ci sarà un armistizio. Non basterà la volontà di deporre le armi affinchè tutto questo abbia una fine. E allora riponiamo tutte le speranze nel fare ciò che ci ripete l’ormai famoso slogan sdoganato da tutti: dobbiamo stare a casa.

Fronteggiare l’attacco del Covid-19 

Le nostre vite sono state totalmente stravolte ormai dai primi di Marzo, almeno qui al sud Italia. Le aree più colpite come la Lombardia, soffrono anche da prima. All’inizio non ci credevamo fino in fondo, molti pensavano si trattasse di qualcosa che fosse poco più di una semplice influenza mentre coloro i quali davano un peso maggiore alla faccenda, erano considerate allarmisti. E allora questo virus si è mostrato presto per quello che realmente è, scatenando una pandemia e costringendo tutti – nessuno escluso – a una quarantena inaspettata. Da quel momento, valori un tempo altamente considerati come potere e bellezza, non avevano più nessun peso. Ci siamo resi conto che non esistono confini, non esistono barriere che possano bloccare questa avanzata. Il virus potrebbe colpire chiunque, e nessuna somma di denaro né nessuna dogana possono fermare questa avanzata.

E noi come vediamo il Coronavirus? Qui in Italia ci fa paura, ormai a tutti. La sanità pubblica ha subito molti tagli negli anni e ciò che più ci inquieta è il non avere la possibilità e il diritto di essere curati tutti, se dovessero aumentare i contagi. Le sale di terapia intensiva in alcune aree sono totalmente sature, medici e infermieri che si trovano in prima linea fanno turni estenuanti, manca il personale, mancano i dispositivi di protezione. Non eravamo davvero pronti per affrontare una pandemia, ma speriamo che questa impreparazione possa in qualche modo servire da lezione.

Oggigiorno scene come questa sembrano quasi innaturali. Foto di Maurizio Marzolla.

Ci sono varie teorie su come tutto sia cominciato: quelli che potremmo definire “complottisti”, pensano si tratti di un virus creato inizialmente in laboratori militari e che poi sia sfuggito al loro controllo. I più ecologisti, indignati con ciò che stiamo facendo al nostro pianeta, pensano che la Natura si stia ribellando e che cerchi una vendetta verso il genere umano come risposta per tutto lo stress e la sofferenza alla quale l’abbiamo costretta. Similmente, qualcuno sostiene che tali epidemie, prodotto dell’urbanizzazione sfrenata e globale, siano il risultato di un regime alimentare sbagliato. Questi ultimi individuano le cause del Covid-19 nel consumo di carne – in questo caso di maiale – proveniente da allevamenti intensivi. Dal loro punto di vista, dovremmo seguire uno stile di vita più salutare e smettere di pensare ad un ritorno alla “normalità”, perché è proprio quella normalità che avevamo prima che ci ha portato fin qui. E infine ci sono coloro i quali, ricordando epidemie passate con cui l’umanità si è già trovata faccia a faccia, credono che ci sia una sorta di inevitabile ciclicità. 

A prescindere da tutte le differenti opinioni sulla causa di questa pandemia, dobbiamo ammettere che una tragedia di tale portata è una triste novità per noi, qualcosa di inaspettato e mostruosamente enorme. E come tutti, anche io mi ritrovo a farci i conti, soprattutto in quanto appartenente a quella generazione che qui in Italia affronta non poche difficoltà, ma che mai ha vissuto una vera guerra, mai una vera carestia, figurarsi una pandemia mondiale. Forse è il male del nostro tempo e come tutti i mali, mi dico, prima o poi passerà. Speriamo almeno che ci stia insegnando qualcosa.

Il Belpaese

La bellezza dell’Italia e tutto ciò che contiene. Foto di
Giovanni Cotroneo.

Il nostro era quello che chiamavamo “il Belpaese”, ma che di bello adesso ha ben poco. Certo, restano pur sempre intatte le nostre magnifiche architetture, la nostra arte, la nostra storia e le nostre bellezze naturali e paesaggistiche, connesse anche con quel clima favorevole di cui godiamo. Ma che senso ha tutto questo per noi esseri umani, se non possiamo esserne fruitori? Che senso ha avere i musei ricchi di collezioni fondamentali da un punto di vista storico-culturale, se non possiamo più visitarli?

Non sto di certo pensando che sia giusta la loro riapertura in questo momento, ma penso che tutto questo patrimonio abbia come perso momentaneamente il proprio valore. In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

In modo abbastanza romantico, immagino quadri impolverati, pitture di Caravaggio dove quella luce particolare che li connotava adesso si sia come spenta: opere d’arte “tristi” per non poter mostrare la loro bellezza a occhi in grado di saperla cogliere.

Penso anche a uno dei pochissimi aspetti positivi di tutta questa assurda situazione: il Pianeta che sta riprendendo fiato, che si sta un po’ rimettendo in forma da quell’impatto devastante che negli ultimi decenni l’uomo ha avuto su di esso. Notizia che non può non far piacere, soprattutto a chi ama la Natura sopra e sotto il livello del mare. E anche se non è una grande consolazione visto il dramma che stiamo attraversando, speriamo almeno possa essere un punto di partenza per una seria riflessione su come cambiare il nostro ormai devastante stile di vita.

Un momento di crescita sopra e sotto la superficie. Foto di Luciano Forti.

Anche se usciremo distrutti, devastati o totalmente incolumi da questa tragedia, le nubi sotto le quali adesso viviamo, verranno prima o poi spazzate via. E quel giorno torneremo a rispolverare quei quadri, riempire i nostri sguardi di bellezze artistiche e naturali, godere di ogni raggio di sole all’aria aperta. 

Nel nostro caso, torneremo ad ammirare le meraviglie del mondo sommerso, sperando che sarà un’esperienza ancora più emozionante dopo questa brutta pausa. Per adesso quello che possiamo fare è aspettare. Non come dei patriottici soldati ubbidienti ai quali un governo ha ordinato una quarantena attraverso dei decreti, ma come dei cittadini solidali e consapevoli che l’isolamento aiuta noi e salva anche gli altri. 

La condivisione di ciò che siamo

Affrontando queste lunghe giornate in casa, abbiamo corso il rischio di farci risucchiare dal vortice di una paura psicotica o dalla tristezza di sentirci dei prigionieri impotenti. Per sfuggire a questo senso di isolamento, alcuni hanno portato avanti atti di solidarietà: dalla “spesa sospesa” lasciata pagata al supermercato per chi fatica ad arrivare a fine mese, a chi ha cucito le mascherine – che in questi giorni sono introvabili – e le ha consegnate a chi ne ha bisogno.

E poi in molti abbiamo trovato la forza di andare avanti grazie alle nostre passioni, ci siamo fatti coraggio, pensando anche che avremo avuto molto tempo libero per dedicarci a quello che non eravamo riusciti a fare durante la nostra occupata e “normale routine”. Eccoci allora a cercare di continuare a seguire i nostri intressi, senza però poter varcare la soglia di casa. Perché le cose che possiamo fare adesso al di fuori dei nostri nidi domestici sono solo quelle ritenute strettamente necessarie. Niente passeggiate, neanche se da soli. E purtroppo, giustamente, niente Mare.

Inizialmente è stato particolarmente difficile: abbiamo provato come un senso di spaesamento, di privazione di tutto ciò che conta davvero. Forse legato al fatto di non esserci ancora totalmente resi conto della portata di questa tragedia, ci siamo trovati a pensare solo a quanto fosse ingiusto non poter andare avanti con la nostra vita, non poter vedere i nostri affetti, non poter amare, baciare, abbracciare. Gesti del genere adesso sono diventati delle armi.

Un momento per riflettere e concentrarci sulle gioie nascoste della vita. Foto di Federica Siena

Ci siamo ritrovati improvvisamente soli con noi stessi, bloccati in questo universo asociale, che almeno per me è del tutto nuovo. Perché la vita è condivisione, proprio come la subacquea. Fare un’immersione che cosa vuol dire in fondo se non condividere una magia? Certo, alcune didattiche ci insegnano che avere un compagno è una maggiore sicurezza, e io su questo mi trovo molto d’accordo (anche se può non valere per qualche tipo di immersione più “estrema”). Ma non mi riferisco tanto a questo.

Quello che intendo è la necessità che sentiamo di condividere questa esperienza con gli altri, con tutte le sue emozioni e le sue avventure. Anche chi è abituato a fare immersione in solitaria, in realtà ha comunque un team di supporto e si trova sempre a raccontare le sue esperienze ad amici subacquei, facendo conferenze, scrivendo libri, articoli o post, per fare partecipi gli altri delle sue scoperte. Ad ogni modo, anche in questo caso la condivisione è una parte importantissima di quell’esperienza vissuta apparentemente in solitudine.

Per quanto mi riguarda invece, sono una a cui piace immergersi con gli altri. Ogni qualvolta mi capita di vedere qualcosa in lontananza e indicarlo, la gioia è come dimezzata se mi accorgo di essere stata l’unica ad aver fatto quell’avvistamento. Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione.

Quando incontri qualcosa di magnifico sott’acqua, quella bellezza è sempre rafforzata dal fatto che i tuoi occhi hanno condiviso quel momento con quelli del tuo compagno. È la tua felicità amplificata da quella dell’altro. E in fin dei conti, questo è per me andare sott’acqua: una condivisione

Corallo Nero. Foto di Santi Cassisi

Il potere speciale di noi subacquei

Ricordo ancora l’unica volta che scesi da sola a 42-43 metri circa. Era in programma un’immersione con altri tre subacquei sulla Secca della ‘Mpaddata, a Scilla, un paese a circa venti minuti di macchina da Reggio Calabria, la mia città natale. Non mi offendo se non l’avete mai sentita nominare. Quando vivevo in Galles (UK) e qualcuno mi chiedeva da dove venissi, erano molti quelli che non avevano la benché minima idea di dove fosse Reggio. E allora io cedevo a quell’unico modo che funzionava sempre: “l’italia è uno stivale, giusto? Io vengo da the toe of the boot”. E vi dico anche che la mia città, lo stretto di Messina e in particolar modo Scilla, sono il mio paradiso subacqueo.

Bene, nel giorno di quella immersione ci trovavamo a largo proprio di Scilla. Eravamo in gommone, stavamo navigando verso il sito di immersione e in quel momento mi capitò di pensare, come a volte accade, che quella non era giornata. Anche se non sapevo il perché, apparentemente non c’era un vero motivo. Arrivati sul punto prefissato, buttammo giù l’ancora e cominciammo a prepararci. Mentre mi vestivo e indossavo l’attrezzatura, mi accorsi di non avere il mio computer e allora a quel punto decisi che quello era per me il momento di abortire l’immersione. Sapevo che non avrei dato noia a nessuno, conoscevo i miei compagni, non mi avrebbero forzata né mi avrebbero fatto sentire alcuna pressione. Perché quello che mi hanno insegnato, che hanno pensato loro in quel momento – ne sono certa – e che ho pensato anch’io, è che un bravo subacqueo è anche quello che sa dire di no. Gli altri scesero, io rimasi in gommone con chi ci faceva da supporto barca quel giorno e tutto andò per il verso giusto.

Una volta terminata l’immersione, il gommonauta cominciò a tirare su l’ancora, ma si era incagliata. Dopo diversi minuti e diversi tentativi falliti, pensammo che qualcuno doveva scendere a disincagliarla o, meglio, avremmo potuto più saggiamente legare un gavitello alla cima per ritornare più tardi e fare qualche altro tentativo. Ma visto che io non ero scesa, non avendo azoto residuo in corpo e quella riluttanza ad immergermi era sparita, mi offrì volontaria. Indossai la mia attrezzatura ed entrai in acqua. Dopo un ultimo sguardo ai compagni in barca, scaricai il GAV, svuotai i miei polmoni e scesi lungo la cima.

Buoni compagni d’immersione e veri amici. Foto per gentile concessione di Cristina Condemi.

Arrivata sul fondo, vidi l’ancora incastrata dietro uno sperone di roccia. Provai a tirare un po’ di cima verso il basso per allentare la tensione e cercare di smuovere l’ancora. Mentre ero intenta a fare questa operazione mi capitò una cosa che spesso succede a noi subacquei. Forse non a tutti e non sempre, ma abituati a comunicare in un modo alternativo quando siamo immersi in un liquido dove le parole diventano inutili e incomprensibili, è come se fossimo capaci di amplificare le nostre percezioni. È come se avessimo un dono, la capacità di percepire delle cose, delle energie, delle presenze intorno a noi.

Vi giuro che non sto diventando matta. Non vi è mai successo? Avere la sensazione che alle vostre spalle ci sia qualcosa, voltarvi improvvisamente e trovarvi faccia a faccia con una meravigliosa creatura? Ho avuto modo di parlare di questa idea con persone che non mi hanno preso per una squinternata, anzi, si sono trovati d’accordo con me. E mi piace pensare che sia proprio un “potere speciale” che noi subacquei possediamo, una magia tutta nostra.

Tornando al momento dell’ancora, mi capitò esattamente quella sensazione, una presenza dietro di me, così mi fermai un attimo pur essendo parecchio indaffarata e mi girai. E cosa vidi? In quel preciso momento un’aquila di mare si stava dirigendo verso di me, forse incuriosita dalla mia presenza e dai miei movimenti sicuramente ai suoi occhi a dir poco buffi. Mi venne molto vicina, io provai a stare immobile e trattenni il respiro per evitare di spaventarla.

Un’aquila di mare come quella che volò sopra di me. Foto di Santi Cassisi.

Fu come se mi stesse puntando, ma lentamente. “Sorvolò” sopra di me, ad un palmo dalla testa e la seguì con lo sguardo. Fu un momento magico, grazie proprio a quelle sensazioni uniche che riusciamo ad avere noi subacquei – o alla pura e meno magica casualità, lascio a voi la scelta. Ma in quello stesso istante ho pensato a quanto avrei voluto che ci fosse stato qualcuno con me. Vedere la mia gioia rispecchiata negli occhi del mio compagno, in quelle grandi sfere blu spalancate che sorridono dietro la sua frameless, avrebbero reso questo momento ancora più memorabile.

Siamo animali sociali

E insomma, così è la vita: noi esseri umani forse necessitiamo di momenti di solitudine, di introspezione, di riflessione intima con noi stessi, ma siamo in fin dei conti degli “animali sociali” che hanno bisogno di condividere le proprie esperienze con gli altri. E in questo periodo ce ne stiamo rendendo conto più che mai. Ne è prova il fatto che, figli del nostro tempo, costretti in quarantena passiamo molte ore al telefono, chiamando, scrivendo o videochiamando amici cari e quelli che non sentivamo da un po’. Viviamo molto il mondo dei social – parola non a caso – con le continue dirette di qualsiasi genere e tema.

Nel nostro caso, seguiamo apneisti e subacquei che raccontano di record e di scoperte. Usiamo applicazioni per parlare in videoconferenza di immersioni in grotta, di fotografia subacquea, o più in generale del Mare e delle emozioni che ci regala. Anche per chi non era così avvezzo al mondo di internet, ha ceduto, perché questo è il solo modo che abbiamo adesso per condividere. Ora più che mai, abbiamo bisogno degli altri, di incontrarci e non potendolo fare fisicamente, ci accontentiamo di quello che ci regala il farlo virtualmente attraverso uno schermo.

Qualcosa per cui sperare. Foto di Giovanni Cotroneo.

Inevitabilmente ci troviamo a parlare anche del virus e di come siamo arrivati a tutto questo. E riflettiamo anche su come sarà la fase successiva, quando si tenterà di riportare le nostre vite ad una “normalità”, per quanto ancora dovremo vivere con la paura di infettarci e infettare, ma anche speranzosi di qualche cambiamento positivo nelle nostre abitudini. 

Il pensare al dopo però, pur essendo anche questa in qualche modo una grossa preoccupazione, è una cosa positiva e può voler dire che ne stiamo venendo fuori. Viviamo anche dei momenti di solitudine e di introspezione nei quali facciamo un po’ il punto della situazione con noi stessi e ci chiediamo cosa ci manca davvero: i nostri amori, il lavoro e tutte quelle attività che siamo soliti svolgere con gli altri. Ma visto che questa è una rivista subacquea, sono certa che voi lettori capirete benissimo quando menziono quanto mi manca il Mare. 

Che sia voglia di tuffarsi ai tropici, nel mio amato Mediterraneo, negli Oceani o nei laghi. A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.

A noi subacquei manca tanto quel mondo sommerso. Ma sappiamo anche che ci sta aspettando e che ritroveremo prima o poi il nostro mare, così blu, bello e forte come sempre. Con una differenze: la piena consapevolezza che adesso dobbiamo proteggerlo con tutte le nostre forze.


Cristina Condemi è un’istruttrice subacquea RAID ed un membro dello Scilla Diving Center. È nata a Reggio Calabria e il mare dello Stretto di Messina è sempre stato il suo ambiente naturale. Laureata al DAMS (Discipline dell’Arte, delle Musica e dello Spettacolo) dell’Università di Bologna, ha vissuto in Spagna e in Galles. Guida subacquea nel mare di Scilla dal 2014, accompagna subacquei di ogni livello alla scoperta di questi straordinari fondali e delle creature che li abitano, con un particolare riguardo per il rispetto di questo fragile ecosistema: un’attenzione che cerca di trasmettere anche ai suoi allievi. Ecologista, vegana e animalista, pratica immersioni tecniche dal 2018, scrivendo in rete il racconto delle sue esperienze come subacquea.

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Undergoing PFO Surgery as a Team: Deana & Bert’s Excellent Adventure

People like to give GUE a hard time for their uncompromising focus on team diving. But a pair of divers from GUE Seattle has taken it to a new level: getting their PFOs fixed together. The team that bends together, mends together? Instructor and tech diver James D. Fraser willingly tells the tale.

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by James D. Fraser
Header photo courtesy of Dr. Doug Ebersole

This is the follow-up to the story that ran in InDepth December, 2019: No Fault DCI? The Story of My Wife’s PFO

It has been a year since my wife Deana had a decompression illness (DCI) hit in Bonaire requiring her to do a Table 5 recompression profile in a hyperbaric chamber. At the time of my previous article’s publication, Deana had a Transthoracic Echocardiogram (TTE) bubble study and found out she did have a small to moderate patent foramen ovale (PFO). Two physicians offered similar options for Deana to consider when it came to her diving activities: 

  • Stop diving, as this eliminates any risk of DCI in the future.  
  • Modify her dive profiles to be more conservative: diving only once per day, diving nitrox 32 using air tables, and/or extending her decompression profiles and safety stops.
  • Have the PFO repaired, knowing it is not a guarantee, and continue diving as conservatively as possible. 

Deana had initially decided to wait on doing a PFO closure until after our daughter’s wedding in March 2020, but she realized very quickly that being “conservative” was not in her nature. Deana had already returned to diving within 12 days of her hyperbaric chamber ride. In the 46 days since her treatment, Deana had already done another 15 dives to depths of 90 feet; being conservative really was proving to not be an option for her. Diving was just too much a part of her life. 

Deana with Dr. Ebersole. Photo by D. Ebersole.

In mid-November, Deana reached out to cardiologist and tech diving instructor Dr. Doug Ebersole for a second opinion on the bubble study and his advice about her options. Dr. Ebersole gave Deana the same response as the other physicians; but, knowing Deana and her passion for diving, he suggested that she have her PFO fixed, since her plan was to continue diving. 

Deana also spent time talking to other divers who had been diagnosed with PFOs—some who had them repaired and some who had decided against it—in order to get a more complete picture from both a patient and a doctor point of view. One of the final conversations that pushed Deana to have her PFO repaired was with a coworker who was a nurse practitioner in cardiology with knowledge of PFOs and diving. Her coworker was pretty blunt, stating, “Why are you playing Russian Roulette? You have worked in cardiac and know the risks.” 

Some of these risks include Arterial Gas Embolism (AGE), Venous Gas Embolism (VGE), and cerebral embolism. That was the final “Aha” moment to tip the scale and get Deana to schedule her PFO repair, since “Russian Roulette” was exactly what Deana was doing based on her diving activities following her DCI hit.

Team Approach to Treatment 

Bert Berzicha, one of our GUE Seattle community members, also completed his TTE as a result of having had some symptoms of DCI in the past. The test confirmed the presence of a large PFO. Deana and Bert compared notes initially and discussed diving as a team on future dives using more conservative decompression profiles than other teams, allowing the other teams to get out of the water sooner. Deana, however, related what she had learned from talking with her coworker and changed her mind about diving conservatively and instead decided to get the PFO repaired. 

Bert and Deana with some of the GUE-Seattle Tech crew. Photo by Bert Berzicha.

Deana did not want to take the risk of neurological deficits that could be irreversible. Deana suggested to Bert that he come with her to have his PFO repaired at the same time. Bert continued to research the subject, looked at his work schedule, and decided doing a “team” procedure made sense. Just as a dive team shares a plan, resources, and emergency procedures, a medical procedure shares similar benefits when working as a team. 

It was time to plan a date for both of them to have the procedure. Deana and Bert both live in the Seattle area. Dr. Ebersole lives in Lakeland, Florida, so logistics included time off work, pre- and post-surgical care, flights, hotels, and transportation. Deana arranged to have her sister Jessica fly into Tampa from Dallas, prior to them arriving, so she could pick them up from the airport to make it to the hospital in time for the procedure. I was going to be in Australia on a business trip at the time, so I was not able to be there pre-surgery. I ended up reworking my return trip and flew from Canberra, AU to San Francisco, then on to Tampa, to land just an hour after their surgeries were finished and meet them back at the hotel. 

Even though Deana and Bert could fly home 24 hours after the procedure, they decided to stay the weekend just in case there were any complications and to take it easy. Deana, however, had a different take on “easy.” The morning after surgery, Deana was invited by Dr. Ebersole to watch a procedure that he and his team perform called the “WATCHMAN” procedure (less than 24 hours after post-op). Then we picked up Bert and Jessica, and jumped into the truck to do a 300-mile, five-hour road trip to High Springs, FL, to take a tour of the Halcyon facility and say “Hi” to Orie Braun, Lauren Fanning, and Mark Messersmith; stop in at Global Underwater Explorers (GUE) HQ to buy some swag; and drive down to Ginnie Springs to see where Cave 1 may take place in Deana’s and my near future. Not bad a day after surgery. 

Deana and Bert after surgery. Photo by James Fraser

It was at Ginnie Springs where Bert came to Deana and stated he thought he had active bleeding. We all paused and turned pale, knowing we were not in a great location for this to be happening, but after being assessed by Deana it turned out to be post-op bruising from the surgery. This did, however, make us stop and think, “We just drove 300 miles away from the hospital we had decided to be close to in case of complications.” I am sure Gareth Lock would find a really good human factors story in there somewhere. 



Deana’s PFO adventure Timeline

2019

  • OCT 8: 47 m/153 ft technical dive resulting in a DCI episode requiring recompression.
  • OCT 20: First dive post-chamber ride to 16 m/52 ft
  • OCT 29: TTE Bubble Study; “Deana has a small to moderate PFO”
  • NOV 17: Dr. Ebersole receives Deana’s TTE study for a second opinion 
  • NOV 21: Deanna dives now to 28 m/90 ft
  • DEC 4: Last dive before PFO repair. In the 46 days since her hyperbaric treatment Deana made 15 dives: “Conservative Not”
  • DEC 12: Deana and Bert have PFO procedure
  • DEC 13: Lakeland to High Springs road trip

2020

  • JAN 27: First dive post closure—15 m/49 ft and spaced dives 2-3 days apart
  • FEB 15: Started doing multiple dives daily no greater 15 m/50 ft
  • MAR 8: PFO follow-up; OFFICIALLY cleared by Dr Ebersole to dive
  • MAY 7: Dives now pushing 30 m/100 ft
  • MAY 31: First Tec dive to 33 m/110 ft 

Since May, Deana has done 120 dives in 2020 with a max depth of 52 m/170ft, which she did on September 12. Deana has gone back to no-restriction diving and has completed 16 technical dives since this summer. Some of these have been assisting with photogrammetry dives.

  • 46 m/150 ft to 52 m/170 ft: 3 dives 
  • 40 m/130 ft to 46 m/150 ft: 5 dives 
  • 30 m/100 ft to 40 m/130 ft: 8 dives 

Getting Personal With PFOs

COVID-19 has prevented us from doing a dive trip this year, which is the one main test we still have yet to do: repeat the scenario that always led to her getting DCI, which was three consecutive days of recreation and tech dives, to see if she experiences any recurrence of DCI symptoms. 2021 will hopefully open up this opportunity, or by that time Deana will already be training for GUE’s Tech 2 course. In either case, Deana and Bert are both very happy to have had their PFOs repaired; both have seen improvements in their health in other areas such as endurance, no longer being easily winded, and, in Bert’s case, less headaches, which he had prior to the PFO closure. 

James, Deana and Bert. Photo courtesy of James Fraser.

To get a PFO repaired is a personal choice, and no one should ever take surgery lightly as it has its own risks. Divers with PFOs need to do their own research and consult an interventional cardiologist, such as Dr. Ebersole, who understands diving. Only then can they make an informed choice based on their own unique situation whether or not a PFO closure is right for them. This article is meant to show the process and outcome of two very experienced and ambitious divers who made the choice to have their PFO repaired and the results of that decision.  

(PFO) Free At Last! Deana after completing her first dive to 52 m/170 ft in Lake Crescent, WA diving the Warren car. Photo by Bert Berzicha

Additional Resources

Diving and Hyperbaric Medicine: The effectiveness of risk mitigation interventions in divers with persistent (patent) foramen ovale  by George Anderson, Douglas Ebersole, Derek Covington and Petar J Denoble. 2019 Jun 30.

Alert DiverPFO Study Update by Petar J Denoble

Alert Diver: Cases studies of divers who had their PFOs closed with transcatheter-applied occluders: Divers with Holes in their Hearts by Petar J Denoble 2010

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James D. Fraser is a GUE Fundamentals and Rec 1/2 Instructor, PADI MSDT, and NAUI Scuba Instructor, and has been diving in the Pacific Northwest for over 30 years. James currently lives in Seattle, WA, with his wife and dive teammate Deana Fraser. As a member of the GUE Seattle Board of Directors, James is able to share his experiences and work with Deana at growing the local diving community sharing their passion with all who are interested. James recently embraced technical diving, becoming certified as a Technical 1 diver with GUE. James and Deana have had opportunities to travel all over the world to experience their passion in amazing places such as Egypt and the Maldives. James currently works as a Cyber Security Director with a Fortune 500 Defense Contractor and has been a residential construction business owner and Emergency Medical Technician (EMT). 


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